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Aldo Moro, un grande protagonista della nostra storia

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Mauro Agostini
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Moro, leader storico di un'Italia che cercava una strada da seguire Saprà la solennità della recente commemorazione al Quirinale del centenario della nascita di Aldo Moro avviare una riflessione autentica nel Paese sulla figura e l'opera dello statista democristiano? L'invito del Presidente della Repubblica - quasi un monito - lascia spazio a niente più che un cauto ottimismo. “Ripensare compiutamente Aldo Moro - ha detto Mattarella - e la sua intera vita, nella sua dimensione umana, in quella culturale, in quella politica, in quella spirituale, costituisce, oggi, un atto di libertà, una vittoria contro i terroristi e le loro violenze, un risarcimento all'intero Paese”. Lo Stato e il cittadino Un cauto ottimismo, molto cauto, perché in una politica come quella di oggi fatta per definizione di pensieri brevi e apodittici (twitter), di affermazioni sempre in contrapposizione con un bersaglio predefinito (una volta si sarebbe detto “una testa di turco”), totalmente schiacciata sul presente, con orizzonti di brevissimo periodo, senza alcun bisogno di una cornice valoriale a cui conformare i comportamenti contingenti, senza alcun radicamento nel passato genericamente ignorato o definito come sentina di tutti i mali, potrebbe apparire come un invito nobile ma astratto, per qualcuno persino una provocazione. Oggi, in un frangente storico in cui un populismo sempre più agguerrito mette sotto scacco non solo l'intera Europa ma si afferma anche come soggetto politico primario per la competizione alla presidenza degli Stati Uniti. Scuotendo dalle fondamenta da un lato gli assetti istituzionali e dall'altro il paradigma consolidato dei diritti di cittadinanza e della percezione che di essi si è avuta per un'intera fase storica. Una rivolta antisistema e anti establishment che per paradosso si risolve soprattutto a danno delle fasce più deboli. Una crisi di una profondità tale da far affermare a Ezio Mauro su Repubblica (Il fantasma tedesco che bussa a casa nostra, 6 settembre 2016): “Lo Stato e il cittadino diventano così la nuova coppia malata della post-democrazia, costretti a vivere insieme ma indifferenti l'uno all'altro, con ogni passione civile ormai spenta”. Il cittadino e lo Stato, i due poli su cui il pensiero di Aldo Moro si è più cimentato nella ricerca spasmodica di una crescente integrazione delle masse nello Stato come sicura garanzia di un crescente irrobustimento della democrazia. Modernità e centralità Sorge allora immediata la domanda se l'azione e l'elaborazione dello statista democristiano rappresentino semplici reperti di archeologia politica o nel migliore dei casi materia per indagini confinate al solo ambito storiografico. Se non invece, proprio per la profondità della linea di faglia apertasi tra Stato e cittadino nelle società della post-democrazia, una rinnovata riflessione sulle caratteristiche e la natura della delega nella democrazia contemporanea caratterizzata proprio dalla crisi della rappresentanza statuale, non restituisca modernità e centralità ai temi che tanto hanno impegnato Moro. E l'ottimismo rischia di farsi ancora più pallido se si considera il fatto che un dibattito pubblico approfondito dovrebbe in primo luogo rimuovere quel peso profondo e irrisolto che grava sulla coscienza nazionale per la sua drammatica uccisione. Un assassinio che ha segnato uno spartiacque, come pochi altri nell'epoca moderna, nella vita e nella storia del nostro Paese. Forse anche così si può leggere il risarcimento di cui parla il Presidente Mattarella. Dieci anni da studiare Il lavoro che qui viene presentato si sofferma in modo particolare sugli ultimi dieci anni della vita di Moro, dal 1968 al 1978, per sottolineare il carattere fortemente innovatore del pensiero e dell'azione del leader democristiano. In aperta polemica, quindi, con una stantia vulgata che ha voluto individuare nell'uomo politico pugliese un campione dell'immobilismo politico e di un pensiero e di un linguaggio involuti e oscuri. Tutt'altro! Ciò che viene in primo piano nella figura del grande uomo politico democratico cristiano è una caratteristica di forte innovazione per la profondità del pensiero, per l'acuta percezione della necessità del cambiamento e della apertura ai movimenti sociali, per la sottolineatura di una riforma morale dei partiti, per il tratto umano. In questa analisi ci accompagneranno in modo particolare, oltre ad altri specifici contributi e lavori, due testi che sono a mio giudizio fondamentali per la comprensione del percorso politico di quegli anni cruciali. Mi riferisco alla ripubblicazione a distanza di anni per l'editore Rubbettino di un'intervista di George Mosse, uno dei più grandi storici del Novecento, rilasciata a una rivista di studi storici nel lontano 1979, un anno dopo la morte del grande statista e all'intervento che Moro tenne all'undicesimo congresso della Dc nel giugno del 1969 a Roma. Moro è tra quelle personalità di cui sono più noti i ritratti (spesso caricature) che altri (spesso avversari) hanno fatto del suo pensiero piuttosto che i contenuti reali. In modo particolare per l'aggressiva campagna di stampa che gli ambienti della destra interna e internazionale mossero contro di lui fin dagli albori del primo centrosinistra. Personaggio scomodo, controverso anche all'interno del suo partito che pure dominò per statura culturale, rappresentandone da una certa fase in avanti, quella qui presa in considerazione, una minoranza a volte anche esigua. Personaggio scomodo anche nel panorama internazionale contraddistinto dall'epoca della guerra fredda e dell'avvio della distensione. Il nuovo da cogliere Chi scrive ebbe modo di conoscerlo per sostenere il corso e l'esame di Istituzioni di diritto e procedura penale alla facoltà di Scienze politiche dell'università di Roma, materia di cui Moro era titolare di cattedra. Un docente particolare, scrupolosissimo nonostante in quegli anni 1972-1973 ricoprisse l'incarico di ministro degli Esteri. L'obiettivo del lavoro che qui si presenta sarebbe quello di cogliere Moro in una fase della sua vita, l'ultimo decennio appunto, in cui il fermento rinnovatore fu più proficuo e incisivo. Una fase che prende avvio da un momento di crisi profonda che, a cavallo del 1968, porta lo statista a un passo dall'abbandono della politica dopo aver guidato come presidente del Consiglio la stagione del centrosinistra e dopo il risultato elettorale delle politiche del 1968 che ne sancisce la sostanziale conclusione. Uscirà da questo travaglio accentuando il suo sguardo di attenzione su tutto quanto di nuovo, ed è tanto, si muove nella società italiana e in quella mondiale. La sua curiosità si farà quasi maniacale, acutissima. Questo è il senso più profondo della nota formula della “strategia dell'attenzione” che non può essere ridotta alla semplice politicistica attenzione a quanto si muove nel mondo comunista.  Fu il promotore dell'apertura al centrosinistra Nato il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce, Aldo Moro si laurea in Giurisprudenza a Bari, e subito dopo entra nelle file della Fuci, la federazione degli universitari cattolici di cui è presidente dal 1939 al 1943. Nel 1946 è eletto all'assemblea costituente per la Democrazia cristiana di cui è uno dei fondatori. Nelle elezioni dell'aprile 1948 viene eletto alla Camera e fino al 1959 ricopre incarichi governativi di rilievo. Lavora alla costruzione del centrosinistra sin dalla fine degli anni Cinquanta, toccando con mano quanto la strada sia in salita per le resistenze anche nel suo partito. Uscito vincitore dal congresso Dc del 1959, nel 1963 è presidente del consiglio di un governo che vede la partecipazione dei socialisti. Fino al 1968 presiede tre governi, poi l'uscita dei socialisti dalla coalizione lo costringe alle dimissioni. Da leader della sinistra Dc, torna presidente del consiglio a metà degli anni Settanta e si conferma fra i principali artefici di un nuovo corso politico. Viene rapito il 16 marzo 1978 da un commando delle Brigate rosse, il suo cadavere viene fatto trovare il 9 maggio a Roma. Stato, società e politica alla base delle scelte per un mondo nuovo E' la società il centro dell'attenzione di Moro e di conseguenza tutto ciò che in essa si radica e quindi anche il Pci e la sinistra, i sindacati e i movimenti studenteschi. C'è una bella frase che Moro usa proprio nel corso di quel '68 e che dà bene il senso dell'acuta penetrazione del suo sguardo: “Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia”. Sul terreno più strettamente politico avvierà quella ricollocazione all'interno del partito democratico cristiano che lo porterà, per usare una delle sue note espressioni, a una posizione “collaborativa ma autonoma” nei confronti della nuova segreteria. Insomma all'opposizione. Passione vera Quanto fosse elevato il grado di partecipazione emotiva dell'uomo a queste vicende, lo tratteggia bene Guido Formigoni (Aldo Moro, Lo statista e il suo dramma, Il Mulino Bologna 2016) quando afferma a proposito di un comizio a Bari di fronte ai suoi elettori: “Si interruppe in lacrime di fronte all'ipotesi di una messa in discussione della sua coerenza (“dovessi mai trovarmi in conflitto con il mio passato....”). Ma colse anche l'occasione per ribadire il suo atto d'amore e di fiducia nella Dc”. Il grande valore dell'intervista di Mosse sta innanzitutto nell'essere uno dei pochi lavori a porre il pensiero e l'opera di Aldo Moro nel contesto culturale e politico internazionale. A cominciare dal titolo dell'intervista stessa “L'opera di Aldo Moro nella crisi della democrazia parlamentare in Occidente”. Tutta l'opera di Moro, secondo il grande storico, è inscindibilmente legata alla crisi del sistema di governo parlamentare che nel corso del Novecento “ha svolto efficacemente i suoi compiti nei momenti di stabilità, e ha rivelato invece la propria insufficienza nei momenti di tensione economica e sociale”. Il cardine del pensiero politico di Moro viene individuato nell'idea di uno Stato inteso come processo, sempre in fieri, sensibile ai mutamenti. Da qui la tensione costante dello statista democristiano ad “allargare la base del sistema di governo parlamentare per cercare di prendere in considerazione la natura della moderna politica di massa”. Il contesto storico Ma veniamo ora a qualche rapido cenno di inquadramento del contesto storico. La seconda metà degli anni Sessanta avvia il decennio della grande contestazione di ogni forma di ordine costituito, della critica di massa del potere, della ridefinizione della politica, delle profonde modificazioni dei costumi. La domanda di democrazia, di potere, di partecipazione scuote le fondamenta dell'assetto consolidato nel dopoguerra. La contestazione giovanile e le grandi manifestazioni operaie combinano in piattaforme eterogenee rivendicazioni salariali e di potere in fabbrica, con la richiesta di servizi sociali universali e con la fine di ogni potere autoritativo. Si apre il tema della crisi della democrazia e delle istituzioni rappresentative e contestualmente il tema di governare questa crisi e recuperare consenso sociale. Come? Attraverso la riduzione dell' “eccesso di domanda” come vorrebbe la Trilaterale (fondata nel 1973 da David Rockefeller) in un suo famoso manifesto pubblicato nel 1975? Oppure con un grande progetto di trasformazione dell'offerta con nuove forme e canali della rappresentanza? In Italia la crisi assume caratteri di peculiare profondità per il convergere di diversi fattori. Sul terreno economico, la fine della stagione del boom e il nuovo contesto internazionale con la crisi petrolifera e la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro fanno emergere i nodi di fondo dell'assetto economico, finanziario e regolamentativo del paese. Terrorismo e non solo Il terrorismo va strutturandosi come vero soggetto politico approfittando dell'esistenza di frange consistenti di ribellismo e sovversivismo presenti anche nel mondo delle fabbriche. Il terrorismo rosso comincerà a fare le prove generali con il rapimento del magistrato genovese Mario Sossi nell'aprile del 1974 per avviare poi una sanguinosa campagna di omicidi che interesserà ancora Genova con l'uccisione nel 1976 del giudice Francesco Coco e dei due uomini di scorta. Sempre in quell'estate del 1976 il terrorismo nero affiancherà alla sua strategia stragista sui treni e nelle piazze l'attività di omicidi individuali di cui sarà la prima vittima il magistrato romano Vittorio Occorsio per mano del neofascista Concutelli (v. G. Bianconi su Corsera 8 maggio 2016). Si fa sempre più pressante l'azione di gruppi organizzati di carattere occulto e parallelo fortemente insediati in gangli delicati dello Stato e con potenti collegamenti di carattere internazionale. Sono gli anni dei Sindona, Gelli, Calvi, Marcincus, P2 e quant'altro. La Democrazia cristiana, partito di governo per definizione, viene scossa alle fondamenta dal delinearsi di questo quadro di conflittualità e contrapposizioni completamente nuovo. Al di là dell'intrico correntizio, si fronteggiano al suo interno tre grandi orientamenti. Chi vorrebbe allineare il partito a una coerente posizione conservatrice sul modello della Germania. Chi non vuole assolutamente dismettere la vocazione sociale e riformistica della tradizione popolare. Chi è solo preoccupato della conservazione del potere e della sua gestione fuori da ogni considerazione di carattere etico e valoriale. Su questo scenario si staglia l'azione di Aldo Moro. Ampio respiro Su quattro aspetti vorrei brevemente portare l'attenzione perché si inseriscono, danno sostanza politica alle valutazioni più generali di Mosse che ho riportato in apertura di queste note. In primo luogo, la strategia politica di Moro non è mai esclusivamente nazionale, non si sviluppa solo all'interno dei confini nazionali. Non mi riferisco tanto - pure se hanno un significato rilevante e in qualche modo emblematico - alle due questioni di carattere internazionale che erano rimaste senza soluzione nel primo dopoguerra e alla cui soluzione Moro dette, negli anni Sessanta e poi alla metà dei Settanta, un contributo decisivo, l'Alto Adige e le zone di frontiera jugoslava. Quanto piuttosto alla collocazione internazionale dell'Italia. Al suo ruolo in particolare nella fase della distensione. Non per caso fu a più riprese ministro degli Esteri. Moro, consapevole della caratura internazionale del nostro Paese di non grande potenza, non scimmiottò mai atteggiamenti di improbabile e velleitaria grandezza. Aspirò sempre invece, attraverso la qualità della nostra azione diplomatica, a proporre l'Italia come protagonista di un articolato sistema di distensione e cooperazione non solo tra Est e Ovest ma anche verso il mondo arabo e i paesi emergenti dal processo di decolonizzazione. E questo all'interno di una indiscutibile e ferma collocazione atlantica e europeista. Mi piace sottolineare questo aspetto come primo elemento della modernità del pensiero e dell'azione politici di Aldo Moro. Qualcosa insomma che va ben aldilà della sua epoca e che attraversa anche la politica dei nostri giorni. Non può esserci alcun credibile progetto di cambiamento, di trasformazione progressista dell'Italia senza un ancoraggio fermo a una prospettiva di carattere sovranazionale. Tanto più oggi in un mondo globalizzato. Un ancoraggio, una prospettiva sono molto di più di una politica estera del day by day e molto molto di più di un semplice “accompagnamento” degli interessi economici e di business. Che devono essere certo tenuti come riferimento ma che vanno inglobati in una più ampia strategia. Quel grande “vuoto” sulle questioni internazionali che ha messo in evidenza, nel silenzio totale della politica nazionale, Lina Palmerini su 24 Ore parlando di “una banalizzazione delle grandi scelte strategiche fatta a uso e consumo di un cortile interno, di un provincialismo povero di visione ma soprattutto di soluzioni”. Al congresso di Roma la svolta che ridà slancio alla Dc Il secondo elemento è rappresentato dall'attenzione costante che Moro porta alle evoluzioni e ai cambiamenti nella società italiana. Il discorso che lo statista di Maglie tiene al congresso della Dc del 1969 a Roma ne rappresenta forse il punto più alto. Non avrei esitazione a definirlo un vero e proprio capolavoro per la sua capacità di analisi e di percezione di quanto si stava muovendo nella società italiana. In un contesto politico - il sostanziale fallimento dell'esperienza del centrosinistra con la caduta del quarto governo Moro nel giugno del 1968 - che lo poneva in una obiettiva situazione di difficoltà anche in conseguenza del cambio di maggioranza in corso all'interno della Democrazia cristiana. Congresso spartiacque Moro si guarda bene dal rinchiudersi in una sterile posizione di difesa di quanto di buono il centrosinistra aveva realizzato e, allargando enormemente l'orizzonte della sua valutazione, spinge il congresso a una sorta di bilancio storico dell'esperienza del primo ventennio del dopoguerra. Un bilancio in nome della discontinuità. Questo il punto focale. La necessità di affrontare una nuova sfida rilegittimando il ruolo di governo della Dc proprio a partire dalle profonde novità che attraversano la coscienza collettiva del Paese, in particolare di alcune fasce giovanili e operaie. “La nostra battaglia ha dunque il significato di promuovere una qualificata e incisiva presenza della Dc nel mondo ricco di fermenti rinnovatori nel quale oggi ci troviamo a vivere”. C'è già qui la consapevolezza al tempo stesso di un clima di maggiore serenità democratica e di libertà che il centrosinistra aveva garantito - è bene non dimenticare il tintinnio di sciabole del 1964, reso noto nel 1967 da L'Espresso - ma anche il senso di frustrazione rispetto alle aspettative elevate che l'apertura a sinistra e la stagione della programmazione avevano sollevato. “Essa (la società italiana) ha risolto alcuni problemi essenziali, ma ne vede emergere ogni giorno di nuovi in relazione a più complesse esigenze; ha raggiunto importanti traguardi sociali e politici, ma registra ad un punto la rottura del vecchio equilibrio e l'emergere in modo acuto della necessità che se ne stabilisca uno diverso ed a più alto livello. Un tumulto di rivendicazioni e di aspirazioni insoddisfatte la scuote nel profondo”. Presa di distanze Il discorso si fa sempre più penetrante e incisivo, avendo sempre a riferimento le trasformazioni che vanno prendendo forma nella coscienza collettiva. Moro sembra anche prendere decisamente le distanze da quei fenomeni, non ancora paragonabili alla diffusività che assumeranno nel corso dei decenni successivi, che cominciano a divenire prassi di governo. Processi di inquinamento della vita politica attraverso forme di affarismo e corruzione e alla sempre più forte pervasività dei partiti nei confronti dello Stato. “La società italiana è in movimento e conta più largamente che in passato sulle proprie forze (….) Rivendica la sua autonomia e, in essa, la capacità di trovare in se stessa, il più largamente possibile, la sua guida. Si riconosce in centri propri di proposta e anche di decisione. Deferisce meno al potere politico le sue scelte e, quando accetta di delegarle a organi rappresentativi, sottopone l'autorità a un più rigoroso e continuo controllo. (...) Essa invoca la coerente applicazione di una legge morale, non contorta e deformata dal compromesso, ma tale da esaltare veramente la libertà e la dignità e da rendere possibile ed anzi inevitabile una svolta storica verso una società di eguali, una autentica e universale democrazia”. Qui si avverte molto forte lo spirito dei tempi, quel vento di libertà e antiautoritarismo che soffia impetuoso, pur nelle diversità di una radice comunque comune, in California come a Parigi, a Roma come a Praga. E' il potere che è in discussione, le sue fondamenta e la sua legittimità. Giovani da ascoltare Ricordo negli anni immediatamente successivi - gli inizi dei Settanta - l'attenzione costante e profonda che Moro dedica a tutti i movimenti giovanili che si affermano sia in ambito cattolico (Comunione e Liberazione allo stato nascente oppure la sua partecipazione silenziosa agli appuntamenti assai effervescenti alla Pro Civitate di Assisi ) sia a sinistra persino estrema. Si avverte una spinta morale prima che politica a ascoltare queste domande di libertà e di partecipazione. “Il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la sua radice umana (…). I giovani e i lavoratori conducono questo movimento e sono primi a voler fermamente un mutamento delle strutture politiche ed un rispettoso distacco”. L'analisi è lucidissima rispetto alla necessità di una rilegittimazione del potere che non può che avvenire attraverso un contatto vivificante con la “radice umana”. Al tempo stesso però con un approccio che non ha niente di totalizzante, di prevaricante, nella falsa illusione che tutto possa risolversi nella sfera della politica. Il “rispettoso distacco” che quei movimenti reclamano trova in Moro una risposta moderna e adeguata proprio sul terreno di una “cultura del limite” della politica che resterà sempre minoritaria fino ai giorni nostri e che è alla base di tanti fenomeni di corruzione materiale e delle coscienze. Il discorso alla platea del congresso sale ulteriormente di tono, si fa quasi visionario (nel senso anglosassone). Soccorre anche qui qualche ricordo personale, del Moro docente che continua a vivere con scrupolo, pur nella gravosità dei suoi impegni istituzionali, la sua attività universitaria, di lezioni e di esami. Con un gusto particolare della scoperta non solo del grado di preparazione dei suoi studenti, ma anche del loro percorso politico e di attività sociale. Non dimentichiamo che in una delle borse a bordo della Fiat 130 il giorno del suo rapimento c'erano le tesi dei suoi laureandi. “I giovani chiedono un vero ordine nuovo, una vita sociale che non soffochi, ma offra liberi spazi, una prospettiva politica non conservatrice o meramente stabilizzatrice, la lievitazione di valori umani. Una tale società non può essere creata senza l'attiva presenza, in una posizione veramente influente, di coloro per i quali il passato è passato e che sono completamente aperti verso l'avvenire”. Che dire, di fronte alla nettezza di queste posizioni politiche, di una certa stereotipata pubblicistica che ha voluto rappresentare allora e nel corso degli anni a seguire il pensiero politico di Moro nella categoria dell'oscurità, di un discorso autoreferenziale e formalistico?! Uno Stato in evoluzione Qui viene un terzo punto su cui concentrare l'attenzione, l'idea di Stato che Moro era venuto elaborando via via fin dalle prime esperienze di giovane costituente nel confronto con gli altri padri fondatori. Il modo migliore per rappresentare la sua concezione mi sembra quello di far parlare direttamente G. Mosse (che, non dimentichiamolo, scrive nel 1979) . “Aldo Moro credeva nell'dea dello Stato come un processo, come un qualcosa continuamente in fieri, un organismo sensibile ai mutamenti e che, eccezion fatta per il principio del governo rappresentativo, non fosse un dato fissato in eterno”. E poco più avanti, con considerazione più spiccatamente politica: “Moro ha quindi tentato di allargare la base del sistema di governo parlamentare per cercare di prendere in considerazione la natura della moderna politica di massa”. In questa chiave Moro interpreta l'esperienza del centrosinistra come una risposta all'esigenza di allargamento delle basi democratiche dello Stato dopo i sussulti reazionari dell'inizio degli anni Sessanta e come una sfida a quei settori della Dc che attraverso proprio quello “strappo” intendevano affermare il carattere conservatore del partito cattolico allineandolo in toto al percorso intrapreso in Germania. E ancora in questa chiave Moro risponderà al tentativo fanfaniano di trasformare il sistema rappresentativo italiano in una repubblica presidenziale gaullista attraverso l'appuntamento referendario sul divorzio nel 1974. In questo caso con l'obiettivo di un irrobustimento delle basi di massa della democrazia e dello Stato repubblicano attraverso la piena legittimazione, seppure graduale, del Pci come forza (alternativa) di governo. La grande sfida: politica e istituzioni al servizio della società È viva nello statista italiano la consapevolezza della debolezza, persino della fragilità, delle istituzioni democratiche, di quella che Mosse definisce come la crisi delle democrazie parlamentari in Occidente. Quella crisi si manifesta in modo pieno nei primi anni Settanta, al volgere della fine dell'età dell'oro dei trent'anni di sviluppo economico e democratico e di equa redistribuzione del reddito (la classe media come architrave della democrazia), sotto la pressione della stagflazione economica e della rottura dell'ordine monetario mondiale. La democrazia viene strattonata da una parte dalle suggestioni riduzionistiche della domanda sociale e dall'altra da forme di contestazione radicale. In Italia i rischi sono ancora meglio avvertiti già nel corso degli anni Sessanta per la gracilità della giovane democrazia repubblicana esposta ricorrentemente a sussulti reazionari con la strategia della tensione e poi, con l'avvento dei Settanta, a vere e proprie azioni sovversive fasciste e brigatiste. Ma la concezione che Moro ha dello Stato non si limita solo a questi pur fondamentali aspetti politici. Crisi da risolvere C'è qualcosa di più. E qui veniamo all'aspetto a mio giudizio meno considerato del suo pensiero. A questa crisi, di cui lo ripetiamo Moro ha piena consapevolezza, egli non intende rispondere allineandosi a forme di “organicismo” pure molto attrezzate anche culturalmente all'interno del suo partito e nello schieramento opposto, quello del Pci. Non è attraverso l'esperienza “consiliare” - per intenderci, i consigli di fabbrica, gli organi collegiali della scuola, i consigli di quartiere - che si può addivenire a un positivo processo di irrobustimento delle fondamenta democratiche dello Stato. Forte apparirebbe il rischio di un inglobamento delle masse nello Stato, con uno sconfinamento della politica in ambiti che non le sono propri, travolgendo quel limite che è garanzia di separazione tra società e Stato. Portando a un indebolimento reciproco di entrambi i soggetti. La soluzione che Moro propone è in qualche modo più raffinata e ambiziosa, ma del tutto minoritaria nella cultura delle classi dirigenti del nostro Paese. George Mosse afferma in un passaggio della sua intervista riferendosi a un senso comune assai diffuso nelle società europee di quei primi decenni del dopoguerra: "C'era ancora la richiesta di un'attività politica che fosse integrata con la vita, e a me sembra che la Democrazia cristiana da una parte, e il comunismo dall'altra, abbiano reso possibile questa identificazione, perché offrivano una visione della vita totalizzante”. Moro va a situarsi ben al di fuori di questo orizzonte, portandosi su un terreno assai meno battuto dalla cultura politica nazionale. L'appello alle istituzioni Torniamo ancora al discorso al congresso di Roma che bene illumina questo aspetto. Dopo avere analizzato a lungo il “tumulto” di trasformazioni in corso nella società italiana, Moro si pone il problema di come quella domanda debba essere positivamente raccolta dalle istituzioni, nel loro perenne processo di rinnovamento e di adattamento. “Tocca ora alle forze politiche e allo Stato creare in modo intelligente e rispettoso i canali attraverso i quali la domanda sociale e anche la protesta possano giungere a uno sbocco positivo, a una società rinnovata, a un più alto equilibrio sociale e politico”. Ritorna il concetto del “rispetto” che la politica deve portare a quanto si muove nel sociale. Riconoscendo una vitalità e una capacità propulsiva alla sfera sociale che è tutt'altro a fronte di un presunto prevalente primato della politica che dovrebbe rappresentare il “primum movens” nella promozione dello sviluppo sociale e civile di una collettività. Sono le istituzioni e la politica - nei loro ambiti reciproci - a dover costantemente verificare il buono stato di manutenzione dei canali di collegamento con quanto si muove nella società. Non certo però per limitarsi a rispecchiarla passivamente, ad accarezzarla secondo il verso del pelo, quanto piuttosto ad interagire in un dialogo costante e propositivo. Qualche passaggio più avanti sviluppa il concetto dell'autonomia del sociale. “Noi evitiamo il riflusso illiberale come l'esplosione rivoluzionaria, quando, consapevoli come siamo di tutti i rischi ed insieme di tutte le straordinarie possibilità che questo risveglio della coscienza sociale comporta, ci rivolgiamo a un movimento forte e caratterizzato con tutta l'attenzione che esso merita, quando lo cogliamo, utilizzando tutti i canali per i quali esso si manifesta e tende ad assestarsi; vi applichiamo la nostra iniziativa; vi adattiamo i necessari strumenti politici, comprendendo in essi quella zona di rispetto che è propria del sociale”. Ricorre ancora il “rispetto”! Società e Stato in questa visione non tendono a confondersi, tutt'altro. Ognuno nel suo ambito sviluppano i loro percorsi di innovazione, certo con una responsabilità superiore della politica che deve continuamente adattare le sue modalità operative e decisionali alla crescente maturità della domanda sociale. Con una terminologia moderna potremmo dire che lo Stato dovrebbe esaltare sopra ogni altra cosa la sua capacità di resilienza. Rispetto Stato-società Il confine tra società e Stato sembra delinearsi in modo netto attraverso il ricorso costante al “rispetto”, affermando una autonomia del sociale e della persona umana che affonda le sue radici nel cattolicesimo politico. Ma in questa netta distinzione non si rintracciano mai i tratti di una contrapposizione che pure storicamente a lungo ha caratterizzato le posizioni del cattolicesimo italiano (pensiamo solo alla contrapposizione postunitaria tra “paese reale” e “paese legale”). Al contrario, proprio la consapevolezza di questa alterità, dell'impossibilità di risolvere la società nello Stato, rendono fortissima la necessità, nel pensiero di Moro, di continui, efficaci e trasparenti rapporti di interscambio reciproci. "Riconoscendo la sfera di responsabilità altrui, rivendichiamo, come è naturale, la nostra. Per limitati e difficili che siano i compiti politici, essi costituiscono per noi un dovere. Comportano la difesa della libertà, il continuo arricchimento dei suoi contenuti, l'attuazione della sintesi sociale che, sia pure in modi di gran lunga più spontanei ed aperti che per il passato, deve essere alla fine ritrovata. È in questa sintesi vitale l' alternativa al tumulto anarchico come alla mortificazione ed all'inaridimento della vita sociale". Moro incardina in modo compiuto il meglio della cultura politica liberaldemocratica all'interno del riformismo cattolico italiano. Le istituzioni repubblicane devono garantire una costante capacità di adattamento, un perenne movimento evolutivo che non è però dettato da esigenze interne a quelle stesse istituzioni, ma dalle trasformazioni sociali, civili, economiche e di costume. Che esse stesse naturalmente contribuiscono a determinare. Una visione a mio giudizio modernissima e forse persino troppo avanzata per il clima dell'epoca. Una sorta di “circolarità” del rapporto società-politica-istituzioni-società che ancora oggi nell'Italia del 2016 appare come problema del tutto irrisolto. La missione della politica In questa luce la missione della politica non potrà mai essere quella di farsi strumento per l'implementazione di valori ultimi che proprio perché tali trovano in ben altre istanze le sedi giuste per la loro applicazione. Il tema della laicità dello Stato viene in effetti a proporsi ben prima del tornante referendario del 1974. “La laicità, il carattere cioè meramente politico, della scelta in favore della Democrazia cristiana è ormai fuori discussione. (….) La rinuncia a ogni investitura dall'alto, ad ogni pretesa di rappresentanza, ad ogni residuo di esclusivismo è fatta ben volentieri, perché rispettosa della verità delle due distinte dimensioni, politica e religiosa, dell'autonomia e sovranità dell'ordinamento civile e di quello ecclesiastico, così come stabilisce la Costituzione repubblicana”. E' un po' la visione che molti anni dopo Romano Prodi definirà da “cattolico adulto” e contro la quale si scaglieranno non soltanto le gerarchie vaticane allora dominanti ma anche settori del cattolicesimo politico che all'affannosa ricerca di allargamento del loro misero consenso elettorale riecheggiavano ogni pur flebile brezza d'Oltretevere. Indicò la strada alla Dc per essere "alternativa a se stessa" Con grande pregnanza lo storico Renato Moro nel suo discorso di commemorazione dello statista italiano alla presenza del capo dello Stato al Quirinale il 23 settembre 2016 si è espresso a proposito dell'assenza di una sintesi nel pensiero di Moro tra dimensione religiosa e dimensione politica: “ .....questa sintesi in Moro non c'è; e non per errore , o scarsa consapevolezza, ma per la radice così autonomamente laica della sua politica. Sta forse qui, ancor oggi, la sua modernità”. Nuovo ruolo del partito Soltanto a due battute dalla conclusione, dopo un intervento ricchissimo di cui qui abbiamo ripreso solo alcuni passaggi e che rappresenta senza ombra di dubbio una delle più moderne piattaforme del riformismo cattolico del Novecento, Aldo Moro enuncia la famosa espressione, che riecheggerà in modo un po' sbrigativo su tutta la stampa nazionale per anni, riferendosi al ruolo della Democrazia cristiana come “alternativa a se stessa”. Mette conto riportare per esteso il breve periodo in cui è inserita: “A queste condizioni, a costo cioè di una nuova e ardita iniziativa che, conservandone la funzione di garanzia, dia ad essa tutta la capacità di interpretare questo momento di storia, in questo senso collocandosi sulla sinistra, sulle posizioni cioè di movimento, essa potrà essere ancora protagonista della politica italiana. Riuscirà ad evitare cioè che un'alternativa si affermi, facendo essa, con il mutare dei tempi, da opposizione e alternativa a se stessa”. La portata dirompente di questa affermazione giustifica in pieno il gran lavorio di denigrazione e mistificazione che venne messo in atto dalle forze molto potenti che, nel tramonto della stagione del centrosinistra lavoravano, apertamente o sotterraneamente, ad uno spostamento a destra di tutto l'asse politico italiano. A distanza di meno di sei mesi le bombe di Brescia faranno scorrere il sangue di quanti, nel movimento di massa sindacale e politico nel tentativo di una nuova sintesi dei differenti riformismi della tradizione politica italiana, potevano rappresentare il vero soggetto politico di quella trasformazione democratica. Sinergia e sintonia L'approccio che qui Moro applica, vale a dire la messa in sintonia delle istituzioni e della politica repubblicane con i movimenti profondi che si snodano in senso progressista nella società italiana, al fine di chiudere un'intera fase storica per aprirne una nuova su un terreno democraticamente più solido, verrà replicato in altre circostanze dallo statista democristiano. Rappresenta a mio giudizio forse l'asse strategico portante del suo pensiero politico. La società italiana sarà fino all'assassinio di Moro un contenitore ribollente di strategia della tensione, di brigatismo rosso, di stragismo fascista, di fellonia di Stato, di iperinflazione, di tutti quei processi, sociali economici e politici, che sono stati ampiamente studiati. Anche con momenti, però, di altissimo valore civile e democratico. Su tutti, il referendum sul divorzio che rappresentò per un verso la sconfitta dell'integralismo fanfaniano venato di autoritarismo, dall'altro il grande propellente per tutte le forze che lavoravano per il rinnovamento del Paese. Un occhio sul Pci I grandi successi elettorali e il rinnovamento politico e ideologico del Partico comunista italiano di Enrico Berlinguer trovarono in Moro il più attento degli interlocutori, sempre nella logica di un allargamento delle basi democratiche dello Stato e più sullo sfondo dell'alternativa di governo. Ma già da qualche anno aveva preso avvio quella patologia del sistema italiano che Marco Magnani (Sindona. Biografia degli anni Settanta, Einaudi 2016) bene tratteggia nel suo bel libro su Sindona. “Cefis rappresentò la prima fase dello scadimento del senso di missione dei manager pubblici. Contribuì a creare quell'intreccio patologico tra politica ed economia che in altri modi ancora oggi asfissia il Paese”. “Iniziò in quegli anni il declino di una cultura repubblicana che - sebbene in forme diverse e contraddittorie - le grandi forze politiche avevano saputo fino ad allora mantenere in vita, sia pur con presa decrescente”. Lo scandalo dei petroli è del 1973. Lo scandalo Lockheed del 1976. Inoltre per sottolineare quanto fosse limaccioso il fondale degli innumerevoli intrecci di poteri eversivi basta ricordare che il 3 ottobre 1973 al termine di una visita ufficiale a Sofia Berlinguer fu bersaglio di un vero e proprio attentato da parte di un camion militare che investì l'auto di stato su cui viaggiava il segretario del Pci. Berlinguer si salvò miracolosamente mentre l'interprete restò ucciso. Ricordi di umanità Abbiamo passato in rassegna (rapida) alcuni tratti essenziali del pensiero politico di Moro attraverso il filtro dell'intervista di Mosse e l'analisi del discorso, quello al Congresso del 1969, che abbiamo assunto come paradigmatico dell'intelaiatura delle elaborazioni del leader democristiano. Prima di concludere ci soffermeremo un momento sull'atteggiamento che il Presidente assumerà a proposito della questione morale, con particolare riferimento al finanziamento illecito dei partiti. Concludermo poi con qualche considerazione sull'ultimo, assai noto, discorso parlamentare del 28 febbraio 1978, ormai a ridosso del rapimento ad opera delle Brigate rosse. Non senza avere attinto prima a qualche altro ricordo di carattere personale, non per una forma di appagamento narcisistico, ma perché alcuni piccoli episodi di vita universitaria quotidiana aiutano ad evidenziare la straordinaria caratura umana dello statista. In quegli anni le festività infrasettimanali venivano regolarmente rispettate e durante il corso capitò che una o due volte coincidessero con i giorni di lezione di diritto e procedura penale. In quei casi Moro, con una puntigliosità quasi maniacale e nonostante gli impegni facilmente immaginabili derivanti dal suo incarico di ministro degli Esteri, provvedeva a recuperare in altra data la lezione non tenuta. O quando all'esito del brillante esame non si limitò a informarsi della attività di animazione che svolgevo al mio paese e del contesto sociale, per altro a lui perfettamente conosciuto, in cui quell'attività giovanile si inseriva. Una curiosità minuta, certosina su quanto si muoveva anche a livello micro nella realtà giovanile di provincia. Una disponibilità culturale e umana prima che politica, scevra di ogni forma seppur velata di albagia accademica o istituzionale e di potere. Fino al punto di chiedere allo studente stupito, se a Narni fosse ancora aperto il Caffé Italia, dove il Presidente era solito fare la sua ultima sosta sulla Flaminia prima del rientro a Roma. Come ha ricordato recentemente Marco Follini, Moro prediligeva di gran lunga gli spostamenti in macchina, anche faticosi, ancora prima della costruzione dell'Autostrada del Sole. Ma, a dimostrazione di come anche nelle piccole cose l'uomo improntasse il suo comportamento a un lucido senso della realtà, la sua scarsa simpatia per l'aereo non gli impedì negli anni della sua permanenza agli Esteri di effettuare 119 missioni all'estero in quattro anni (Formigoni cit. Pag 247). Torniamo al tema del finanziamento illecito ai partiti, al suo carattere occulto e riservato, e al suo inscriversi fino a quasi l'intero decennio dei Settanta all'interno della grande contrapposizione tra Occidente e blocco comunista. Concordo con Mariani nel considerare il 1973 (scandalo dei petroli) uno spartiacque nella morfologia del finanziamento occulto (per un inquadramento più generale del problema v. Il mio Il Tesoriere editore Aliberti 2009 pag 32/47).  Il Partito comunista italiano ci manteneva un legame solido con l'Unione  sovietica e solo Berlinguer nel 1978 spezzerà quel legame. La Democrazia cristiana beneficiava di notevoli contribuzioni da parte  dell'Amministrazione americana come dimostrato dal rapporto Pike del Senato degli Stati Uniti. Si tratta di finanziamenti che potremmo definire  “sovrani” che più che un problema di carattere morale ponevano un problema  di autonomia politica. La corruzione politica organizzata e strutturale,  anche con implicazioni private, è ancora di là da venire. Lo scandalo Lockheed In questa sede ci interessa portare l'attenzione sul modo in cui Moro si pone di fronte allo scandalo Lockheed (1976) e al rinvio a giudizio di  fronte alla Corte costituzionale del ministro Luigi Gui. Il discorso è  quello che Aldo Moro tiene alla Camera il 3 marzo 1977, che verrà giornalisticamente etichettato come il discorso del “non ci faremo  processare”. E' questo un esempio, a mio giudizio paradigmatico, della  torsione strumentale a cui il pensiero dello statista democristiano è stato  più volte sottoposto. Quello che qui si intende sostenere è che non ci fu in  quell'intervento alcuna concessione a una visione di un potere sprezzante della questione morale e tutto chiuso in se stesso come il titolo che gli venne affibbiato lascerebbe intendere. Sarebbe facile, lascia intendere Moro, scaricare cinicamente su Gui una responsabilità che appare più vasta e concentrarla tutta su un agnello sacrificale in modo che nulla cambi e tutto possa proseguire come prima. Moro compie invece un'operazione di alto profilo politico. Riconosce a Gui, come persona e nel suo operare, piena correttezza e moralità e nega l'esistenza di un interesse superiore, di partito o di Stato, in nome del quale sacrificare il destino di un singolo. E' un'intera classe dirigente che deve rispondere di quelle vicende di corruzione e non per far scomparire in una nebbia indistinta i profili di quelle responsabilità. Ma per aprire una fase nuova volta a impedire che quei fatti possano riprodursi: non ci faremo processare, certo, ma riconosciamo i limiti storici dell'esperienza e ci impegniamo politicamente a superarli. C'è orgoglio, ma non arroganza partitocratica. Obiettivo riforme Lo sguardo è rivolto in avanti, alle cose da fare per una stagione di riforme. Anche sul terreno del finanziamento della politica. Le cose, come sappiamo, andranno in ben altro modo. La corruzione diventerà fenomeno endemico nel rapporto tra affari e politica, nel finanziamento della politica, nel rapporto più generale tra pubblico e privato. Un tema che nessuno, fino ai nostrigiorni ha voluto affrontare con determinazione politica, afflato morale e costruzione di strumenti tecnici adeguati al contrasto del fenomeno. Non per questo non si deve dare atto a Moro delle sue effettive volontà politiche, così come appare fuorviante non voler riconoscere al Berlinguer della questione morale una visione acuta della profondità del fenomeno. E magari tacciare entrambi di moralismo e di scarsa aderenza al fluire dei tempi. Alle origini del consenso Il grande consenso che Moro raccoglie in quel marzo 1977 all'interno del suo partito è solo in parte genuino, in parte appare invece peloso. Un modo elegante e di alto profilo per uscire da una contingenza imbarazzante. D'altronde troppe forze e troppo potenti, anche a livello internazionale, sono al lavoro per impedire che in Italia si possadavvero imboccare una strada di rinnovamento sotto la spinta innovativa in un campo di Aldo Moro e nell'altro campo di Enrico Berlinguer. E' bene non dimenticare che le ricadute italiane dello scandalo Lokcheed provengono dal rapporto Church del Senato americano e molti storici hanno sottolineato gli elementi di pressione politica che potenti settori dell'amministrazione americana esercitavano in funzione di destabilizzazione dell'esperimento politico innovativo a cui Moro lavorava. Forze potenti e non in un solo campo. Ho già ricordato l'attentato a Berlinguer in Bulgaria. Francesco Barbagallo (L'Italia repubblicana, Carocci Roma 2009) ha potuto definirlo come “una drammatica conferma che l'ostilità internazionale allapresenza del Pci in una coalizione governativa non riguardava solo gli Stati Uniti, ma era pienamente condivisa anchedall'Unione sovietica”. I detrattori di Moro, in particolare quelli di ispirazione più radicale, hanno spesso puntato la loro attenzione su un presuntoatteggiamento temporeggiatore, di irresolutezza, di soverchia preoccupazione di evitare strappi all'interno del suo partito, che avrebbero caratterizzato i momenti più caldi della vicenda politica del leader democristiano. Come spero sia risultato evidente tutto questo lavoro è volto a dimostrare l'esatto contrario. Ma ciò non ci impedisce comunque di misurarci brevemente, in conclusione, anche con questa tesi. La ricerca della stabilità al centro del suo pensiero Se si mette a confronto il periodo che precede l'avvio del primo centrosinistra (i primissimi anni Sessanta) con quello dell'intera fase della “solidarietà nazionale” - che nelle intenzioni di Moro doveva rappresentare anch'esso una fase di transizione ma in questo caso verso la piena alternanza di governo con lo schieramento di sinistra - si coglie con una certa evidenza un identico approccio metodologico. Per un verso, lo statista pugliese avverte con acutezza il problema della fragilità della democrazia italiana per le tare storiche che l'hanno da sempre caratterizzata. Per altro verso ha sempre presente l'aggressività e la pervasività di una destra eversiva insediata in gangli delicatissimi dell'apparato dello Stato e forte dei suoi collegamenti sovranazionali. La funzione della Dc La lucida percezione dei rapporti di forza e dello stato delle cose, associata a una genuina volontà di incidere negli equilibri politici e nella concreta realtà del Paese in direzione progressiva, consiglia il politico nativo di Maglie a evitare strappi, che, se a un primo approccio potrebbero apparire forieri di sviluppi positivi, in realtà finirebbero per evocare l'aggregazione di forze che determiberebbero un contraccolpo reazionario con pericoli concreti per l'assetto democratico dell'Italia. Anche da qui la preoccupazione costante per l'unità della Democrazia cristiana, che non si presenta mai come gusto unanimistico o appeasement conservativo, ma come la consapevolezza della funzione storica del partito cattolico italiano : quella di “trattenere” sul terreno della democrazia vaste porzioni della società italiana da sempre riluttanti a identificarsi con lo Stato, se non in senso totalitario durante il fascismo. In entrambi i casi dunque - nei primi Sessanta e nella seconda metà dei Settanta - non di irresolutezza si tratta, quanto piuttosto di lucida visione politica. Come Shimon Peres Coglie nel segno Guido Formigoni quando afferma che nella logica dell'uomo politico democratico cristiano l'evoluzione del sistema richiedeva sempre la massima stabilità all'interno del partito guida (G.F. Lo statista e il suo dramma pag 308). Si potrebbe applicare a Moro quanto Amos Oz (Corriere della Sera 1 ottobre 2016 ) ha scritto in morte di Shimon Peres: “Apparentemente c'erano in Shimon due caratteristiche contraddittorie che non potrebbero convivere: da un lato il profondo rispetto per la realtà e i suoi vincoli, dall'altro un impulso ardente a cambiare questa realtà, e in aggiunta, cosa molto rara, l'apertura dell'anima verso il cambiamento personale”. Negli stessi anni l'assillo ad avere con sé “la più larga parte del Paese” si riscontra sull'altra sponda nelle riflessioni e nell'azione di Enrico Berlinguer. La proposta del compromesso storico è, in estrema sintesi, questo. Non timidezza politica o scarsa capacità combattiva, in questi due leader per alcuni aspetti con qualche tratto di analogia, ma la ferma volontà di dare una base di massa alla democrazia italiana evitando i rischi del minoritarismo. Non credo rappresenti una forzatura sostenere che l'incontro tra le grandi forze popolari, da entrambi auspicato, doveva rappresentare una fase di passaggio, una transizione al pieno dispiegarsi dell'alternanza degli schieramenti, moderato e progressista. Interrogativi angosciosi Il tema della “terza fase” il politico democristiano lo svilupperà in quello che sarà il suo ultimo discorso a due settimane dal rapimento. Il 28 febbraio del 1978 Moro si rivolgerà ai gruppi parlamentari della Dc nel momento più delicato del passaggio dalla crisi del governo della “non sfiducia” a quella dell'accordo programmatico con il Pci. Nel riaffermare il carattere alternativo dei due vincitori delle elezioni, Moro pone con chiarezza all'insieme dei dirigenti della Dc “gli interrogativi angosciosi” che attraversano quella fase complessa, nei termini economici, politici e delle forme di terrorismo sempre più aggressivo. Il richiamo alla durezza della realtà è impietoso, come il richiamo alla necessità tutta politica di trovare insieme una via di uscita che rifugga dalle sirene, nobili senza dubbio ma sterili, del nuovo ricorso alle urne che lo statista bolla senza mezzi termini come testimonianza. E si appella, in un excursus storico, a quella che egli giudica una delle caratteristiche fondanti del partito democratico cristiano, la capacità di cambiare nella coerenza. Restando fedeli a se stessi. “La nostra flessibilità ha salvato fin qui, più che il nostro potere, la democrazia italiana”. Non esita, inoltre, nel mettere di fronte l'intero gruppo dirigente Dc alle sue responsabilità e alla corposità degli interessi in gioco. Mi riferisco al pericolo di quella che egli definisce “una deviazione nella gestione del potere” che detta in termini più espliciti corrisponde al rischio del dover passare la mano a un altro schieramento. La riflessione si alza di nuovo di tono verso la fine dell'intervento quando Moro richiama tutti alla necessità di “affinare l'anima, di delineare meglio la fisionomia, arricchire il patrimonio ideale della Democrazia cristiana”, ancora una volta in una costante dialettica tra cruda realtà delle cose e afflato riformatore. Mi piace chiudere queste mie considerazioni sul grande statista con una sua citazione che mi pare raccolga bene lo spirito delle cose fin qui dette: “La politica ha coefficienti di convenienza, ma non è pura convenienza, la politica è anche ideale”. Di lì a poche settimane una raffica assassina sancirà una irrimediabile cesura nella storia repubblicana.