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Terremoto, rischio stress post-traumatico: parola allo psicologo

Serena Brascugli
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Un sisma devastante distrugge fuori, ma lascia anche macerie interiori, traumi e conseguenze. Nelle zone colpite dal sisma è intervenuta tempestivamente una task-force di psicologi. Pietro Bussotti, psicologo e psicoterapeuta, ci spiega cosa accade e come si può correre ai ripari. Cosa può scattare nella testa di chi ha subito il terremoto? “Ciò che accade è una reazione di stress, cioè lo sforzo di adattamento che una persona compie per dare risposta alle richieste esterne. Lo stress di per sé è funzionale per dare una risposta adeguata alla situazione straordinaria che affrontiamo e lo stesso si può dire delle emozioni negative come la paura, il dolore, la preoccupazione, che sono fondamentali per rielaborare ciò che è accaduto”. Quando queste reazioni o emozioni diventano patologiche? “Quando c'è una risposta eccessiva, che lede la dignità dell'individuo andando ad intaccare una parte di sé profonda e sacra come la propria identità, quando le certezze di una vita vengono sostituite da una totale assenza di 'futurizzazione', cioè di capacità di pensare al futuro, e dalla fissazione sul momento del trauma, che viene congelato in un presente angosciante”. In questi casi è importante un aiuto psicologico, quindi?! “Certamente. Se l'adattamento tra un 'prima' e un 'dopo' l'evento catastrofico non funziona, se non si riesce a ristrutturare, proprio come gli edifici, una nuova realtà individuale e di comunità, si rischia il 'Disturbo da stress post-traumatico', che colpisce tra il 10 e il 15 per cento delle persone. Qui l'intervento deve essere rigorosamente psicoterapeutico. E a rischio non sono solo le persone direttamente coinvolte dal sisma, ma anche i soccorritori”. Cosa si può fare, a livello individuale, per minimizzare i danni? “L'autoaiuto è fondamentale. Bisogna esprimere le emozioni, perché le emozioni negative inespresse possono somatizzarsi e diventare sintomi fisici oltre che psicologici. Se espresse, invece, ci aiutano a promuovere l'adattamento alla nuova situazione che ci troviamo ad affrontare. Poi si devono pianificare azioni e agire: aiutare gli altri e sé stessi ci permette di passare da una condizione di passività di fronte agli eventi ad un atteggiamento attivo, che ci fa sentire più forti”. In che modo? “Durante il lavoro pratico produciamo endorfine e spostiamo l'attenzione da ciò che ci spaventa e che abbiamo perso a ciò che possiamo fare per migliorare le cose. E non dimentichiamo che è scientificamente provato che il volontariato, l'aiuto prestato agli altri, è un potente antidepressivo. Aggiungerei un'altra cosa, che sembra risibile ma non lo è”. Quale? “Per quanto possibile, in relazione alle proprie risorse, sarebbe importante cercare di avere cura di sé stessi, del proprio aspetto, della propria igiene e del proprio benessere. Il presidio della nostra dignità esteriore ci aiuta a non perdere noi stessi più di quanto non sia già stato fatto a pezzi dal sisma”.