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Valle dei fuochi, ceneri da Genova: ecco le testimonianze

Alessandro Antonini e Sara Minciaroni
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Le ceneri sepolte nella Valnestore e anche a Fabro arrivavano non solo dalle centrali di La Spezia e Vado Ligure, oltreché dalla nostrana di Pietrafitta. C'erano anche le ceneri del porto di Genova, della centrale situata a centinaia di metri dall'attracco delle navi nella città della Lanterna. Lo rivela uno degli autisti di allora della ditta Dolciami, di cui è stato dipendente per 15 anni. Ha 62 anni, nel 2004 gli è stata riscontrata una neoplasia pleurica, ha perso un polmone, oggi combatte ancora dopo un autotrapianto di cellule dal midollo. “E molti dei colleghi di allora si sono ammalati di tumore - ci spiega l'uomo, residente a Tavernelle - ci chiedevamo se quelle ceneri facessero male, mia moglie me lo diceva che quella roba rischiava di uccidermi, ma ci pagavano bene per trasportare. E per non fare domande. Avevo un mutuo da onorare e i figli piccoli”. Ma che non era borotalco tutti lo sapevano. “Notavamo tutti certi particolari - assicura - molti camion erano di provenienza campana, Napoli, Caserta e Salerno. Spesso ci facevano scaricare i rimorchi a Firenze e Napoli per poi agganciarne degli altri. Quando caricavano i rimorchi molte volte non ci facevano scendere dal camion. Non dovevamo vedere. Se avessi saputo che c'erano rifiuti di altro tipo, fusti e via di seguito? Mi sarei rifiutato di trasportarli”. Certo è che le ceneri stoccate e poi sotterrate in molti punti lungo tutta la Valnestore erano di varia natura. “Nei periodi in cui si andava a prendere le ceneri in Liguria - continua il testimone - peraltro solo in certi casi valeva solo per alcuni periodi e questo mi è sempre parso strano visto che la produzione di cenere della centrale era continua, c'era l'escavatore della ditta Riccioni, guidato da un operaio calabrese: uno che oltretutto ci chiedeva mille lire per carico, altrimenti ‘rischiava' di sbagliare la quantità da caricare...”. Per dargli l'“obolo” i camionisti dovevano salire sopra una montagna di cenere “che a volte era trattata con una sostanza liquida e scivolosa, dovevamo faticare per non cadere”. Non era acqua - assicura il testimone - “perché il mare era a oltre due chilometri e non c'erano tubi o pompe nelle vicinanze”. Ceneri di diversa natura e consistenza, si diceva: “Quelle di La Spezia erano blocchi scuri, sembrava argilla, e spesso rese viscide da una sostanza con cui le trattavano. Le ceneri di Vado Ligure, da carbone, erano fini e grigie, simili a quelle di Pietrafitta. Sempre fini ma più scure quelle del porto di Genova”. La fine che facevano è in parte nota e in parte no. “Noi le portavamo nel piazzale di Pietrafitta - continua il testimone - poi non so che fine facessero. Sono a conoscenza che venivano smaltite in vari modi, nelle cementerie come malta cementizia e per lo più sotterrate. Sono a conoscenza del laghetto coperto di ceneri in una notte nell'area industriale della Potassa. E degli scarichi nell'area dei servizi sportivi di Tavernelle. Allora abitavo lì vicino. Dopo i lavori con il sotterramento delle ceneri un pozzo che prima era potabile è stato fatto analizzare ed è scattato il divieto di bere quell'acqua”. E di trasportatore ammalato ne abbiamo conosciuto un altro. Lavorava come socio di una delle cooperative che si costituì a fine anni '80, oggi ha un problema serio alla gola, “in quei 7, 8 anni le ceneri sono andate dappertutto. La gente ci chiamava per chiedercele. Avevi un piazzale da fare davanti a casa? E che problema c'era arrivava il camion e ti lasciava le ceneri gratis - racconta - le hanno usate tutti, perché non costava niente. Il movimento era così tanto in quegli anni che solo all'inizio eravamo una ventina di padroncini, se non portavamo la cenere facevamo carichi di altri combustibili per far continuare a lavorare la centrale dopo che la lignite era finita, andavamo anche al porto di Venezia a prendere le bricchette di carbone. Quello che mi ricordo - conclude - è che non c'erano mai controlli. Non mi ricordo di essere mai stato fermato e nemmeno che qualcuno verificasse su quell'uso di cenere”.