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Spese illegittime, Corte dei Conti chiede 470.000 agli amministratori

Antonio Mosca
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Rischiano di sborsare più di 470.000 euro gli amministratori comunali di Terni e Arrone chiamati in causa dalla Corte dei conti per delle spese ritenute illegittime. Mercoledì mattina la sezione giurisdizionale di Perugia ha discusso entrambi i procedimenti riservandosi di decidere entro i prossimi due mesi. Nel caso di palazzo Spada si tratta di un mutuo acceso dall'amministrazione comunale per fare fronte a una situazione di emergenza causata dal maltempo che aveva provocato frane e allagamenti. Secondo la difesa, rappresentata dall'avvocato Mario Rampini, del Foro di Perugia, i lavori erano di somma urgenza e di straordinaria manutenzione, a fronte di una calamità naturale imprevedibile e che aveva causato danni ingenti. Di conseguenza gli amministratori ternani avrebbero scelto la via più veloce per intervenire. Ma la legge prevede per gli enti locali la contrazione di mutui solo per investimenti e non per lavori corrispondenti di fatto - secondo la procura della Corte dei conti - a opere di manutenzione ordinaria. Da qui la sanzione richiesta dall'accusa pari a 362.433 euro, ovvero l'importo tra 5 e 20 volte l'indennità di carica dei vari amministratori coinvolti che, nel caso specifico, sono il sindaco Di Girolamo insieme agli assessori e ai consiglieri comunali che, nella passata consiliatura, votarono le relativa variazione di bilancio. Nel caso del Comune di Arrone si parla invece espressamente di un danno erariale pari a 109.503 euro. L'amministrazione aveva espropriato un terreno, ma alcuni proprietari si erano opposti e il Tar aveva riconosciuto loro un risarcimento. Con il passare degli anni si erano, inoltre, accumulati interessi e spese legali e di rivalutazione. Nel mirino della Corte dei conti la delibera per il riconoscimento dei debiti fuori bilancio necessari a pagare quei risarcimenti. La difesa, rappresentata dagli avvocati Rampini e Pasero, sostiene però che il Comune aveva calcolato tutti gli oneri quando aveva messo all'asta il terreno, incamerando anche un certo guadagno per le casse dell'ente. L'operato degli amministratori sarebbe stato dunque oculato. Convenuti in giudizio sono l'ex sindaco Rosati, con gli assessori e i consiglieri del biennio 1997-1998 che votarono gli atti finiti sotto la lente della magistratura contabile. L'attuale sindaco Fioretti deve invece rispondere, insieme ad altri amministratori, solo degli aspetti legati all'accensione di un mutuo. Anche in questo caso per la sentenza bisognerà ancora attendere.