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Cementerie e combustibile da differenziata, ecco il piano per chiudere il ciclo in Umbria

Alessandro Antonini
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di Alessandro Antonini Bruciare gli scarti dei rifiuti nelle cementerie. E' l'ipotesi sulla quale sta lavorando la Regione per chiudere il ciclo della gestione in Umbria. Il termovalorizzatore non risponde a criteri di economicità e fabbisogno del cuore verde e non è possibile realizzare un terzo inceneritore, oltre ai due già attivi a Terni. La strada è quindi quasi obbligata, anche se sono numerose le voci contrarie e altrettanto numerosi i nodi da sciogliere, alcuni di questi tutt'altro che di facile risoluzione. Nei documenti tecnici della Regione è ipotizzato l'uso degli impianti edili di Gubbio, Barbetti e Colacem, per smaltire producendo energia il combustibile solido secondario. Un'opzione peraltro già prevista dall'ultimo aggiornamento del piano del 2015 e rimasta inapplicata. Palazzo Donini ha previsto di nominare una commissione di esperti per rivedere il documento analizzando costi e benefici. “Su questo fronte veniamo da anni di inerzia”, ha detto l'assessore regionale all'ambiente, Roberto Morroni, “questo esecutivo si impegna a portare all'attenzione dell'assemblea legislativa entro il 2020 l'analisi di un nuovo Piano regionale dei rifiuti per proiettare l'Umbria su un piano di modernità e di piena funzionalità del sistema di gestione dei rifiuti”. I criteri previsti sono tre: migliorare l'impatto ambientale, incidere meno sulla salute pubblica e ottimizzare la gestione economica. Il faro resta quello dell'economica circolare. Con un parametro da rispettare: entro il 2030 secondo la norma Ue non si può conferire in discarica più del 10% dei rifiuti raccolti. L'Umbria oggi è intorno al 40%. Le discariche, peraltro inquinanti (come riferisce ogni anno Arpa), sono già state ampliate e si preannuncia un ulteriore intervento nel biennio. Il problema irrisolto è uno: la chiusura del ciclo, in assenza de termovalorizzatore nella provincia di Perugia. Questo il nodo da sciogliere della gestione in Umbria, anche secondo la relazione della commissione bicamerale d'inchiesta sugli ecoreati depositata e resa nota giovedì scorso. La strada alternativa è la produzione di Css, il combustibile solido secondario frutto della differenziazione dei rifiuti secchi. Ad oggi, in base ai piani regionali, deve essere classificato (ci sono 125 tipologie esistenti e solo una parte è ritenuta “calorifera” tanto da potersi avviare a recupero) e collocato sul mercato. Almeno questo è quanto stabilito la Regione due anni fa. Ma così non c'è alcun ricavo per gli impianti di trattamento bensì dei costi, dai 60 ai 150 euro a tonnellata. Dunque nell'aggiornamento del piano rifiuti della Regione (2015) sono indicati come “possibili impianti di trattamento le cementerie di Gubbio”. Insieme alle centrali Enel di Pietrafitta e Bastardo per le quali tuttavia nel frattempo sono emersi nuovi progetti di riqualificazione. Il Comune eugubino si è sempre opposto con fermezza all'ipotesi. Anche se gli impianti Barbetti e Colacem già bruciano il “pet coke”, combustibile che proviene dalla lavorazione del petrolio. L'opzione delle cementerie era stata messa nero su bianco dal documento di sintesi preliminare al piano d'ambito presentato da Auri nell'estate del 2018. La chiusura del ciclo nei due impianti eugubini era indicata nella cartina impiantistica del futuro vidimata dall'autorità che raccoglie i 92 Comuni umbri, nonostante il niet dell'amministrazione della città dei Ceri. Ma la chiusura del ciclo è necessaria e i tempi per comprenderne la fattibilità e decidere il percorso da compiere sono strettissimi. Si vedrà se la sindrome nimby (non in my back yard, non nel mio giardino), che ritorna ogni qualvolta si parla di chiudere il ciclo nel cuore verde, sarà superata. E' facile prevedere quanto complesso sia il percorso da compiere.