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"Per molti malati terminali ci sono soltanto atroci sofferenze"

Federico Sciurpa
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Paolo Flores d'Arcais* Stimato Cardinal Bassetti, la ringrazio per la Sua risposta, soprattutto perché con essa il dialogo e il confronto fra di noi è di fatto già cominciato, e conto che non lo vorrà interrompere. Per approfondire leggi: Dibattito sul fine vita, la sfida a Bassetti - "Quella falsa idea di libertà che mina il rispetto della vita" La sua argomentazione di fede è Cristo morto e risorto. La sua argomentazione umana è che le scelte di vivere e morire non sono equivalenti e dunque consentirvi non è libertà ma disumanità. Ma il malato terminale senza possibilità di guarigione e in preda a sofferenze che vive come insopportabili è già condannato a morte. Non può scegliere tra vita e morte ma tra una morte senza tortura e una morte preceduta da ore, giorni, mesi, perfino anni di tortura. Fisica e psicologica. E' atroce, ma è così. Naturalmente ha il diritto di offrire la sua tortura per un bene che reputi più alto (la sua salvezza eterna, la sua presenza, benché torturata, che risulti di conforto per i familiari …), ma parlare di libertà di scegliere tra vita e morte, anziché tra morte con tortura e morte senza tortura, occulta la realtà: la sua condanna a morte è stata pronunciata (dal caso, per noi atei, dalla divina provvidenza imperscrutabile, per i cattolici) ed è in via di esecuzione. Il malato terminale irreversibile, il malato/condannato, può solo scegliere la modalità dell'esecuzione, l'intensità e la durata della tortura che precede l'ultimo respiro. Nel mio piccolo libro che le ho fatto pervenire (“Questione di vita e di morte”, Einaudi) riporto alcune agghiaccianti testimonianze sulle ore di tortura che precedevano e accompagnavano la morte del reo, che invocava disperatamente il “colpo di grazia”, esecuzioni pubbliche cui nobili e popolo assistevano come a una festa. Sono letture difficili oggi da sopportare, per fortuna: ci ricordano però fino a che grado di efferatezza potesse arrivare l'animo umano fino a meno di due secoli e mezzo fa. Oggi anche i paesi che mantengono la pena di morte (che io continuo a giudicare incivile) non ammettono che venga preceduta e accompagnata da tortura. L'VIII emendamento della Costituzione americana, votato nel 1791, stabilisce che l'esecuzione della condanna a morte non possa avvenire con metodi “crudeli e inusitati”. E la rivoluzione francese utilizzerà la ghigliottina, proprio per una morte rapida e indolore. Oggi, anche chi abbia commesso l'assassinio più mostruoso, se condannato a morte non può essere torturato. Possono invece essere torturati per ore, giorni, mesi, anni, condannati a morte innocenti, la cui morte è stata decretata dalla malattia, dal caso. Nel mio libro riporto alcune testimonianze di questi condannati, che chiedevano solo e disperatamente di interrompere la loro tortura, di accorciarla attraverso una morte per quanto possibile dolce, anziché accompagnata dal calvario inenarrabile di allucinanti sofferenze. Le legga, Eminenza, queste testimonianze, e poi mi dica se davvero si può sostenere che queste persone potevano scegliere tra vivere e morire, e non piuttosto tra morire per quanto possibile serenamente o morire atrocemente in preda a sofferenze che solo a immaginarle ci gettano nel raccapriccio. Certo, oggi molte sofferenza possono essere attutite dalle cure palliative (che, sia ricordato en passant, sono state richieste e imposte con decenni di lotte d'opinione proprio da parte dei movimenti laici che sono riusciti a far diventare legge il diritto del malato a terapie del dolore anche spinte). Molte, ma non tutte. E che una sofferenza sia insopportabile, sia tortura (fisica e psicologica) solo chi la subisce può esserne giudice, chiunque altro giudica dall'esterno, astrattamente, per quanto grande sia l'empatia di cui è capace. Perché dunque non vi dovrebbe essere la libertà per ciascuno di porre fine alla propria tortura? Libertà, non obbligo. Lei ed io, Eminenza, sul fine vita abbiamo morali opposte. Le sembrerebbe ragionevole che sul Suo fine vita decidessi io, secondo la mia etica? E perché allora pretende di essere Lei a decidere sul mio fine vita, secondo la sua morale? Il Suo Vangelo dice : Rispetto al problema del fine vita, perciò, quando avviene in condizioni irreversibili e insopportabili di sofferenza fisica o psichica (una sofferenza che per chi la subisce è tortura), non esistono il partito della morte e il partito della vita, come talvolta vergognosamente si vuol far credere, ma il partito della tortura e il partito della libertà dalla tortura. Il resto sono parole ingannevoli ed espressioni retoriche per nascondere la tragicità di alcune – sempre troppe – situazioni terminali. Ella insiste, Eminenza, che la questione non divide credenti e non credenti, ma cittadini credenti e non credenti rispetto ad altri cittadini credenti e non. E' parzialmente vero, ma molto parzialmente. Certamente esistono molti cattolici favorevoli al diritto (una libertà, non un dovere!) di ciascuno di scegliere il proprio fine vita, abbreviando la sofferenza con il suicidio assistito. Nel mio libro ne ho citati due, particolarmente autorevoli, il più grande teologo cattolico vivente, Hans Küng, e il recentemente scomparso Dom. Giovanni Franzoni (che come abate di San Paolo fu il più giovane “padre” del Concilio Vaticano II). Di non credenti democratici che neghino tale diritto non ne conosco, vi sono solo alcuni politici o personalità pubbliche di simpatie fascisteggianti (e che quasi sempre comunque ostentano il loro cattolicesimo).Ecco perché credo sia assolutamente importante che il nostro dialogo e confronto prosegua. Articolando tutti i rischi che una legislazione che consenta la libertà di scelta comportano, e imbrigliandoli nella legge, ma non nascondendosi dietro una “vita” che per tanti malati terminali vita non è più ma solo tortura. *filosofo, direttore della rivista MicroMega