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Tumore al cervello ruba memoria e canzoni di Vasco Rossi, super intervento del neurochirurgo Sandro Carletti di Terni

Giuseppe Silvestri
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Faccio il giornalista da quando ho 17 anni. I miei maestri mi hanno insegnato che le storie vanno raccontate senza giri di parole, anche se sono come cazzotti. Ho sempre lavorato così: terremoti, omicidi o partite di calcio. Lo farò anche stavolta: la mia vita sconvolta da un tumore benigno cerebrale e la sua asportazione grazie a professionisti da favola, guidati dal professor Sandro Carletti di Terni. Tutto in un mese. Scriverò un libro, i cui proventi saranno devoluti alla Lilt di Siena. Ma sono giornalista e prima sento di “dare la notizia” in un pezzo, con la voglia di raccontare professionisti della sanità, amici e familiari al mio fianco nella dura battaglia. 

Secondo anno del maledetto Covid. Comincio ad accusare uno stato di malessere complessivo che peggiora ogni giorno: giramenti di testa, mancanza di equilibrio, nervosismo, fisse mentali. Decido di effettuare accertamenti, ma la mattina del 26 maggio vengo travolto: mi sveglio accanto alla mia compagna Francesca, la riconosco, ma non ricordo i nomi dei miei cari, nemmeno mamma e babbo, morto nel 2015. L’amnesia dura meno di 30 minuti. Panico. L’istinto è andare al pronto soccorso, ma una breve e intensa riflessione fa preferire la seconda strada: contatto Gaia Tancredi, presidente della sezione di Siena della Lega italiana per la lotta contro i tumori. Tancredi non perde un secondo: a inizio pomeriggio sono davanti al bravissimo neurologo Riccardo Mazzocchio. Ritiene i sintomi sospetti e fissa esami da effettuare prima possibile. La Lilt li calendarizza in tempo reale: brucia i tempi, come fa sempre in casi del genere. Il più importante è la risonanza magnetica all’ospedale Campostaggia Poggibonsi, l’1 giugno. Mi accompagna Francesca. Qui incontro un’altra grande professionista: la dottoressa Rosamaria Servillo, della squadra di Enrico Saloni, direttore area funzionale diagnostica per immagini dell’ospedale Alta Valdelsa. L’esame dura più del solito e intuisco che il referto non sarà favorevole. Servillo con gentilezza e grande decisione, invece di spedirmi un referto a casa, mi guarda negli occhi e affronta la verità: “Ho individuato un tumore al cervello, probabilmente benigno. Se è disponibile non perdiamo tempo e approfondiamo già ora con liquido di contrasto”. Impossibile spiegare cosa provo: il mio mondo frana. E non posso nemmeno parlare e abbracciare Francesca, fuori dall’ospedale per le sacrosante misure anti Covid. I professionisti veri e decisi mi sono sempre piaciuti e nemmeno rifletto: “Vada avanti”. Sentenza dopo pochi minuti: meningioma di mm 48 x 46 x 43. La diagnosi mi viene consegnata a mano.

Esco dall’ospedale distrutto. Francesca mi aspetta da oltre due ore e teme che sia andata male. Fatico persino a trovarla: sono in netta confusione mentale. Appena siamo vicini, le racconto tutto, ci abbracciamo e piangiamo come bambini: ho un tumore benigno di quasi 5 centimetri sulla parte sinistra della testa. Le lacrime durano pochi minuti perché la disperazione deve lasciare il posto a speranza e voglia di lottare. Passo dall’amnesia sui miei genitori, a un ricordo. Quando ho coordinato la redazione di Terni del Corriere, ho scritto del professor Sandro Carletti, allora primario di Neurochirurgia al Santa Maria, autore di interventi molto complessi. Penso di contattarlo subito. L’istinto mi spinge verso Alfredo Doni, mio collega, uno dei due caporedattori del Corriere. 
Siamo legati da un rapporto molto stretto: lavoriamo insieme dal 1995 e l’abbiamo fatto su tragedie, attentati, crisi politiche, elezioni. Conosce Carletti meglio di me. La nostra telefonata dura due minuti, uno quella tra lui e il professore che dopo altri 30 secondi ha il referto via whatsapp. Mi chiama: il tumore è operabile, ma deve vedere le immagini della risonanza. Il 4 giugno, alla Fisiomedical di Perugia, guarda i file e non ci gira intorno. Conferma la dura realtà e lancia la battaglia: “Se vuoi, tra 10 giorni ti opero a Firenze”. Gambe e mente mi tremano ma nel cuore ho già deciso: sarà lui ad aprirmi la testa. Ho bisogno di qualche giorno in più, perché la mia famiglia ancora non sa nulla, quindi si decide per il 21 giugno. Nel fine settimana del 14 blitz ad Ascoli: mamma e mio fratello Gianko hanno il diritto di sapere. A pranzo il cazzotto nello stomaco. Doppio, perché ci sono anche le amate nipoti, Giulia (22 anni) e Marianna (12) e la mia cognata Manila. Shock e dolore, ma è la realtà e a me, da sempre, piace raccontare quella. Si piange. La settimana che precede l’intervento è durissima. La testa gira sempre più. Ho iniziato a prendere farmaci, ma i veri problemi sono pensieri, riflessioni, analisi continue su cosa e come ho fatto durante la vita, paura, speranza, voglia di lottare. Dormo meno di due ore a notte.

Domenica 20 giugno è previsto il ricovero, ma due giorni prima altro duro colpo. In Toscana emergenza sangue e interventi chirurgici sospesi: operazione posticipata. E’ un’altra forte botta psicologica. Nuova data: lunedì 28 giugno. Durante l’ultima settimana di attesa vivo un momento drammatico. Amnesia, stavolta totale, delle parole delle canzoni di Vasco Rossi. Non riesco a ricordare nemmeno “la vita è un brivido che vola via”, frase che ho tatuata su un braccio. Piango disperato, seduto sul bordo del letto. Mi aggrappo di testa a Francesca, ai familiari e ai miei cari amici Alfredo e Flamo. In questo caos, un raggio di sole. Scopro che la Casa di cura Ulivella e Glicini, dove Carletti è responsabile della Neurochirurgia e dove sarò operato, è prevalentemente giallo e blu, stessi colori del sestiere Porta Solestà della Quintana di Ascoli. Solo chi come me è nato su quelle strade, può capire cosa significhi e come si illumini un po’ il mio cuore: in un anno normale ora penserei a Giostra e cavaliere. Invece sto affrontando un tumore, ma avverrà in spazi gialli e blu. Non è poco. Domenica 27 giugno. La mia compagna e mamma mi portano a Firenze. Nel viaggio telefono ai miei amici storici: Tonino, Mauro e Andrea restano senza parole. Francesca mi lascia sotto la Clinica Ifca Ulivella e Glicini del Gruppo Giomi, magistralmente diretta dal dottor Francesco Matera. Alle 14.30 sono in reparto e una infermiera gentilissima mi taglia i capelli a zero. Carletti mi chiede via whatsapp se il ricovero è avvenuto. Sì. Cena leggera e videotelefonata con la famiglia. Poi la notte: non dormo un minuto.

All’alba di lunedì 28 giugno in sala operatoria. Due domande dell’anestesista e dormo. Quasi sette ore di intervento chirurgico. A fianco di Carletti, gli altri neurochirurghi Giovanni Barbagli; Alessandro Di Chirico, anche lui arrivato da Terni nel 2018, ed Elisabetta Peppucci di Todi. Mi sveglio in terapia intensiva. Accanto a me il prof. Mi saluta e addirittura parliamo di politica e sanità. Poi telefonata con la famiglia. Lacrime e battute. Passano alcune ore e mi spostano in reparto. Infermieri super professionali e gentilissimi, sempre massima disponibilità. Con tutti i medici nasce un rapporto di stima. Per non parlare della caposala Veronica Scarpelli, donna dalle caratteristiche professionali e umane eccezionali. Lunedì 5 luglio dimissioni: inizia il post operatorio a casa. Sì, ma l’intervento chirurgico come è andato? Carletti mercoledì 30 giugno alle 21.27 via whatsapp: “Giuseppe! Avevamo un problema! Ora lo abbiamo risolto! Non lo abbiamo più! Sei guarito! Guardiamo avanti e non molliamo!”. E ancora: “L’intervento chirurgico vale il 50% della sfida, l’altro 50 il periodo post: tira fuori la grinta”. Tranquillo prof, ai solestanti quella non manca.