Vietato dire non ce la faccio più

VIETATO DIRE NON CE LA FACCIO PIU'

Una società che deve chiedersi perché

03.04.2017 - 18:51

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Di Emanuele non sappiamo nulla, se non che viveva in una frazione di Alatri, aveva 20 anni e una fidanzata. Non sappiamo nulla di come ha vissuto. Sappiamo come è morto. Morto in un pestaggio, sappiamo che il corpo era straziato . Come accade nelle torture, ai prigionieri politici. Sappiamo cosa ha scatenato quella furia? Forse qualche gomitata in un locale. Emanuele è morto perché qualcuno quella sera ha deciso di giocare al massacro. Non c'è un altro modo di dirlo o di raccontarlo. Emanuele è stato ucciso da una furia omicida creata dal nulla. E quando parlo di nulla non intendo il niente, "i futili motivi". Per nulla intendo un vuoto, un pozzo senza fine di persone che trovano il diversivo della sera in una rissa. Di gente che esce di casa con l'intenzione di fare del male, per uno sguardo, una gomitata. Individuare la vittima su cui dar sfogo alle proprie frustrazioni. O persone annoiate a cui la rissa dà quell'adrenalina che in nessuno modo riescono a provare. Come ci siamo diventati questo? Parlo al plurale perché se si sfogliano le pagine di un quotidiano, se si ascoltano Tg, ci sono continue storie di rabbia sfogata nel peggiore dei modi: gente che uccide per un parcheggio rubato, per un posto in coda non rispettato. E poi si parla di raptus, di follia. E poi c'entra la politica a gamba tesa a urlare che il mostro è qualcuno che viene da lontano. Salvo poi scoprire che invece il mostro è il vicino di casa e "salutava sempre". Ecco, la morte di Emanuele ci deve far fermare a chiederci: come ci siamo arrivati? Quando è che abbiamo iniziato ad avere paura di uscire perché in giro potrebbe esserci qualcuno che se "gli gira storto" può anche uccidere? Quando è che qualcuno ha pensato se "mi gira storto" posso anche uccidere? E quando tutti abbiamo iniziato a invocare vendetta anziché giustizia? Ci saranno risposte da dare nelle sedi opportune, nelle aule dei Tribunali, su chi ha ucciso Emanuele e perché. Ma la società ha il compito di porsi altre domande, di interrogarsi su cosa si è spezzato perché se una generazione si divide in chi esce di casa in cerca di qualcuno su cui sfogare la rabbia e in chi deve vivere col terrore di incontrare quel qualcuno, allora ad aver fallito è un'intera società. E se la risposta non può mai essere occhio per occhio e dente per dente, ma neanche porgi l'altra guancia, ci deve essere sempre il fermarsi a chiedere perché. 

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