Vietato dire non ce la faccio più

Altero, il regista sociale

17.10.2016 - 11:59

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“Io l'Oscar della vita lo vinco tutti i giorni da quando lavoro in carcere”.
Altero sogna di fare l'attore sin da bambino. Una passione che ha sempre coltivato, non ha mai smesso di formarsi, frequentando il Piccolo Teatro di Siena, diplomandosi all'Istituto d'Arte perché "scultura e pittura insegnano il senso estetico da portare in scena" e poi la fuga a Roma nel teatro sperimentale, la Laurea in Storia del Teatro. “Mi sono laureato con una tesi su Jean Genet. Scoprì la scrittura in carcere e la scrittura in un certo senso lo liberó. Aver fatto la tesi proprio su un ex galeotto mi fa pensare che il lavoro in carcere era scritto nel mio destino”.
È il 27 gennaio del '95 quando Altero accetta di tenere un laboratorio teatrale in carcere. Si ricorda esattamente la data come si fa con gli anniversari importanti perché è da quel momento che la sua vita, la sua carriera cambiano.
“Lo ricordo come un'apnea. Quel primo giorno uscii come sospeso, come se quell'esperienza non mi riguardasse totalmente, poi ho iniziato a capire col tempo”:
Le storie di vita che ha incrociato Altero in questi quasi 22 anni di laboratorio teatrale con i detenuti sono tante. Alcune lo hanno toccato più di altre “mi ricordo di un uomo che poi scoprirono innocente. Aveva uno sguardo particolare, rassegnato, remissivo”.
E sono stati anni anche di scontri “un detenuto mi disse che il mio lavoro non poteva essere legato solo al teatro, reagii scegliendo "I cavalieri della tavola rotonda" da mettere in scena. Alla fine di quell'anno ottenni il permesso di portare fuori alcuni detenuti”.
Forse quello è stato il primo Oscar che Altero sente di aver vinto. Tant'è che due anni dopo nasce l'Associazione culturale Sobborghi, oggi Onlus. E di questi Oscar della vita Altero ne ha vinti tanti “una volta ho portato un ergastolano in permesso. Ricordo il suo stordimento, gli girava la testa. Il teatro fu la messa in atto di un permesso per uscire dalle sbarre”.
Chissà se l'Altero bambino che sognava lo spettacolo, si sarebbe immaginato un giorno a portare lo spettacolo tra coloro che sono colpevoli ma prima di tutto vittime di se stessi e dei propri errori “io ho capito proprio con loro che sono capace nel mio lavoro. Perché la sera, quando torno a casa, mi sento come il medico che ha salvato una vita e si dice: questo lavoro lo so fare”.
Altero ha fatto sua una frase che fu pronunciata in occasione della morte del grande Eduardo De Filippo “il teatro deve essere sociale altrimenti è un teatro fesso”:
È proprio utilizzando il teatro come strumento sociale che Altero Borghi è persino andato oltre i suoi sogni di bambino.

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