Renzo Massarelli

Tanto di cappello a Norcia che resiste

12.11.2016 - 11:17

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L’abbiamo sempre guardata da lontano come se si trovasse in capo al mondo. Arrivarci da Perugia è come mettere in conto un lungo viaggio, eppure siamo nella stessa provincia.

Foligno, Spoleto e anche Terni gli stanno più accanto e poi hanno accenti e modi di parlare simili E’ strana l’Umbria, davvero, così piccola e così profondamente diversa. Non è solo Norcia un mondo a sé ma un po’ tutta la Valnerina. Basta, da Roma o da Terni, superare le colonne d’Ercole di Ferentillo, lasciarsi alle spalle l’odore delle ciminiere delle fabbriche, e ritrovarsi in un mondo diverso.
Questa è l’impressione, almeno, anche se di paesi antichi, di pievi romaniche e di prati verdi siamo custodi e intenditori da sempre. Quando arriviamo a Norcia non ci sentiamo del tutto a casa nostra anche se siamo i cittadini di una stessa regione. Cominciamo ogni volta a guardarla come fanno i turisti che vengono da più lontano.
Forse per gli intenditori di questa cose, i frequentatori abituali, gli amanti raffinati di un posto così, sarà pure diverso. Il fatto è che Norcia ti guarda dalle sue botteghe sempre aperte e ti invita a fermarti.
Questa piccola città fuori dal mondo non si mostra con gli stessi negozi che si trovano un po’ ovunque ma con i suoi prodotti originali. Chilometri zero, potremmo dire. Questa è la sua grande forza. L’artigianato e, soprattutto, quella tavola imbandita dalle eccellenze gastronomiche che crescono proprio lì, dentro il sapore della propria terra. Qui non nasce solo la cucina tradizionale che conosciamo dall’infanzia, l’abbondanza grassa dell’infinita lavorazione del maiale, ma anche quelle piccole irripetibili eccellenze della natura che si fanno amare per i propri profumi. Le lenticchie, il tartufo, lo zafferano.
Ora Norcia odora soltanto di quella polvere che sale lenta dai muri spezzati dal terremoto ogni volta che la terra torna a muoversi.
Ricostruirla non sarà una, non facile, tra l’altro, scommessa di regole statiche, di muri da rimettere in piedi come quelli che c’erano prima e, di necessità, diversi da quelli che c'erano prima. Si tratta di non perdere per strada un modello molto originale e molto avanzato che si è affermato nel grande ventre della valle. Dalla civiltà di Norcia e dalle sue montagne noi tutti, in qualche modo veniamo e lì, ancora una volta, dovrà tornare lo sguardo di tutti noi per progettare il nuovo futuro.
Resistere e poi andare ancora avanti non sarà facile. Questa fascia centrale dell’Appennino ha sentito molto forte, nel corso della sua storia, l’attrazione irresistibile della costa adriatica da un lato e di Roma dall’altro. Se non si parte presto e bene il rischio del collasso sociale è forte, soprattutto per coloro che sono chiamati per la terza volta nel corso della loro vita a rimettere le mani sulle macerie dolenti dei propri beni.
Abbiamo visto la resa di testimonianze storiche e d’arte forti di quasi un millennio, non solo delle case dei paesi e delle strade ma degli stessi Sibillini feriti da lunghe e inquietanti fenditure, come a mostrarci il cammino oscuro di una forza che nel sottosuolo crea equilibri sempre nuovi e sempre provvisori. Il terremoto si è mostrato così davanti ai nostri occhi sui crinali delle montagne. Non saranno più come prima non solo i centri abitati ma tutto il paesaggio, il contesto ambientale. A Norcia, tuttavia non si arrendono, ma ci vorrà del tempo per vedere come finirà questa partita. Questo, non è il solito e pur sempre doloroso terremoto di Norcia.
C’è stato dell’altro. E' come il passaggio di un'epoca geologica che lentamente e qualche volta in modo improvviso cambia equilibri antichi. Per questo la parola ricostruzione non ci può bastare. E’ tutto un pezzo d’Italia che sulla conservazione delle sua bellissime identità aveva costruito il suo futuro. Ci è sembrata per tanto tempo una terra ferma e ripiegata su se stessa. Invece queste comunità hanno una forza dentro, antica, solida e gentile anche quando viene scossa dalle onde del sisma.
Quindi, ci vuole un progetto alto che offra una prospettiva desiderabile alle famiglie. Ricostruire, certo, le case, i conventi, le pievi, le chiese. Tutto il patrimonio culturale che le comunità del comprensorio ha fatto e rifatto nei secoli.
Qui c’è la memoria antica. Poi c'è il patrimonio produttivo e tutti i servizi ai quali non si non può rinunciare. E’ il modello Appennino che è fatto di risorse materiali ma anche immateriali. Un modo di vivere che ha molto da dire alle nostre città lontane. A tutti noi che nel tempo della fioritura a Castelluccio facciamo una capatina a Norcia per guardare, come ogni turista, le cose che non siamo più capaci di fare. 

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