Renzo Massarelli

La terra trema: di nuovo al fronte

29.10.2016 - 11:09

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Al terremoto non ci si abitua, anche se la sua origine è lontana perché la terra trema sempre sotto i nostri piedi. Tuttavia a questo appuntamento sappiamo ormai che a ogni decennio, più o meno, dobbiamo presentarci. Del resto con questa storia siamo cresciuti e non c'è cronista che non ne abbia scritto sui giornali almeno una volta.
Le date dei terremoti ci ricordano gli anni della nostra vita, dove eravamo, cosa stavamo facendo in quel momento, e poi quella sensazione di impotenza, il sapere che non si può far altro che aspettare, con la paura che cresce mentre il tempo, improvvisamente, si ferma. Per questo il terremoto è la metafora più vicina all'idea che abbiamo della fine del mondo. Sappiamo che ci sarà e che non potremo fare nulla per impedirlo. E' la paura con la quale abbiamo imparato a convivere. L'unica, forse.
Il terremoto sembra appartenere alle montagne, alle zone sperdute, ai piccoli paesi dell'Appennino. Eppure, se andiamo indietro negli anni troviamo il terremoto di Marsciano, pochi mesi dopo quello dell'Aquila, nel 2009 e poi nel 1984 a Gubbio persino a Terni nel 1960, in piena estate, con la grande gioia dei bambini che potevano dormire nelle tende e far tardi la sera nei campi e nei giardini della città. In fondo, siamo tutti cittadini di Norcia e delle sue tante disgrazie, anche di quella più grande, nel 1859, quando dalla violenza della terra che tremava si salvarono solo 76 case.
Tuttavia, questa sapienza antica non sempre ci ha aiutato. Ci abbiamo messo del tempo a capire che la potenza del cemento armato non basta a tenere salde le fondamenta delle case e che, dunque, non si può opporre alla forza della natura un'altra forza uguale e contraria. Occorre invece adattarsi per quanto è possibile al movimento del sisma con materiali più leggeri e flessibili.
La cultura della prevenzione ha cambiato così il modo di lavorare nei cantieri ma non sempre. Ogni terremoto ci fa scoprire gli errori della ricostruzione precedente, i vizi della speculazione che non scompare mai, neppure di fronte al tema della sicurezza delle famiglie. Tuttavia questa lunga e triste esperienza maturata tra le macerie ci ha imposto una riflessione seria, non solo sulle tecnologie della ricostruzione, ma sulla tutela del paesaggio, dei nostri centri storici e dei beni culturali. L'Umbria ha rappresentato in questo senso una trincea decisamente avanzata. La scelta di ricostruire e di restaurare rispettando la lunga storia dei nostri paesi non era scontata. Ci sono molti posti in Italia dove esiste un vecchio centro abbandonato e poi un altro rifatto di nuovo, poco lontano.
L'Umbria ha sempre ricostruito i suoi paesi così com'erano prima, con testardaggine e senza nessun ripensamento, al netto di errori e limiti che possono esserci stati.
In questa lotta a voler restare se stessi c'è molto anche del carattere della gente che è cresciuta in queste zone che sono pur sempre zone di emigrazione e, spesso, di abbandono. Tuttavia, questa nuova tragedia non può farci dimenticare i problemi che ritornano di nuovo sul libro della nostra storia.
Al centro c'è il futuro dell'Appennino, la sua identità e il suo isolamento. E' giusto dire "ricostruiremo", ci mancherebbe, ma non poche persone che sono chiamate a farlo sanno bene che potrebbero non avere la possibilità di vedere questa nuova ricostruzione completata. Per sanare queste ferite ci vuole molto tempo. E' vero, riusciamo a rimettere in piedi con sempre maggiori aspettative di stabilità le case che cadono e i campanili che si piegano, riusciamo a salvare le persone, ma il terremoto è il terremoto. Che scelte possono fare e da quali sentimenti sono toccati coloro che sanno di dover abitare sopra un cratere minaccioso?
Ci sono intere generazioni che sono state chiamate nel corso della loro vita a convivere con la terra che trema, terremoto dopo terremoto, ricostruzione dopo ricostruzione e i lunghi anni di attesa in abitazioni provvisorie.
Cos'è oggi la Valnerina, come è cambiata la montagna, Norcia e piccoli centri montani dell'Italia di mezzo, quali prospettive possiamo immaginare per la loro rinascita?
Forse ora non è il tempo giusto per porsi queste domande. Ora è il tempo di dare una mano a chi soffre. Ancora una volta.
O forse è proprio questo il tempo, quando tutto si azzera e si deve ripartire, anche se non siamo nel 1859. Ricostruire. E dopo?

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