Renzo Massarelli

La linea del Piave

22.10.2016 - 10:33

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Finalmente a Palazzo dei Priori dicono qualcosa di destra, com'è ovvio. Qualcuno si stupisce. Ma come, dov'è finita la sfumatura civica e persino ambientalista? Ma via, anche le liste civiche hanno le loro idee politiche e se si sono alleate con la destra e insieme governano una ragione ci dev'essere. Nessuno scandalo, quindi, semmai un segnale di coerenza. Per il resto l' amministrazione ha toccato metà del traguardo e per ora si appresta a completare, con qualche difficoltà, i progetti che c'erano prima. All'orizzonte non si vede altro se non la solita indifferenza per i problemi del traffico e dell'invadenza delle auto private e dell'ambiente e la compiacenza storica, che continua, nei confronti del cemento e di chi se ne intende. Sia pure a fatica la coalizione di Andrea Romizi prova a fare il suo mestiere cercando di compiacere i ceti sociali che l'hanno portata al potere e di raccogliere, per quanto è possibile, un po' di consenso. Sulle politiche culturali è meglio lasciar perdere ma anche qui tutto normale. Non è questa, storicamente, l'eccellenza della destra. 

Certo, queste ultime uscite del sindaco sulle case popolari e i lavoratori stranieri e poi l'altra, sull'esercito da acquartierare a Fontivegge, appartengono a un nuovo linguaggio, ad una svolta tutta difensiva per rispondere al disincanto che sta toccando il sentire comune della città. Se si scivola, uno non sta tanto a guardare a quale appiglio aggrapparsi. Si sceglie il primo che capita.
Certo, questa storia di Fontivegge, punto simbolico della politica per la sicurezza, è davvero per gli inquilini di Palazzo dei Priori la linea del Piave. Forse è per questo che hanno pensato all'esercito ed è per questo che ci stanno lavorando sin dalla prima ora. La stazione, il centro direzionale, la pessima edilizia che ha soffocato quel punto così delicato dove finisce il colle perugino e comincia la terra del contado. Sintesi delle sviluppo distorto che abbiamo conosciuto per qualche lungo decennio. Giusto ripartire da qui, e se lo si fa si deve sapere che bisogna immaginarla tutta intera questa zona e tutta intera la somma dei suoi problemi. Evocare l'esercito è solo un errore di prospettiva, una gaffe clamorosa anche dal punto di vista della comunicazione perché il nostro sindaco ci sta dicendo che non sa più dove mettere le mani e, cosa ancora più grave, dimostra di non aver capito cosa è oggi Fontivegge e tutto quello che ha prodotto la più grande speculazione edilizia del dopoguerra. Ripensare Fontivegge significa fare i conti con l'edilizia che gli gira attorno, quella civile e quella pubblica, la mobilità e il traffico che spezza un due il quartiere e lo ammorba con i suoi fumi. L'esercito ci serve se c'è una calamità naturale, un terremoto o un'alluvione, al netto di quella complessa struttura che è la Protezione civile. Tutto serve, per carità, tutto può essere utile, persino la polizia provinciale, una specie di piccolo esercito di pace inventato quando le Province erano le Province, ma a Fontivegge la calamità che dovremmo affrontare è di carattere sociale. Tocca di sicuro il tema dell'immigrazione, ma anche del lavoro, della mobilità e soprattutto il male di vivere che si incancrenisce in un posto dove non c'è un senso, un perché. Nei centri direzionali alle sei del pomeriggio si chiude e l'ultimo che esce spegne la luce. Resta accesa quella dei piccoli appartamenti costruiti così proprio per la gente di passaggio che non ha e non può avere legami sociali condivisi. Un enorme residence, questa è l'identità più profonda di Fontivegge. E' così che qui con il calare della luce del sole restano aperte, per necessità, solo le porte della stazione ed è qui che si concentra ancor di più il malessere di un posto che non è di nessuno. Cosa c'entra con tutto questo l'esercito?
A Palazzo dei Priori pensano di incrementare ancor di più la funzione direzionale, che è in pratica la malattia più grave di questo quartiere. O magari portarci le sedi delle associazioni (quali, quelle di quartiere?) che sono, sino a prova contraria, libere di stare dove gli pare e soprattutto dove serve la loro presenza e cioè nel territorio, nel tessuto vivo della nostra comunità. Per salvarsi, Fontivegge deve aprirsi e non chiudersi in se stessa, trovare interessi comuni con gli altri quartieri residenziali vicini, connettersi con il centro e le sue funzioni. Ripensare la città e capire dove può trovare una ragione sociale questa nuova frontiera chiamata Fontivegge. Un progetto dove dopo le sei del pomeriggio la luce resti ancora accesa per tutti. Il cambiamento del resto, non regala scorciatoie.

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