Renzo Massarelli

Sfioriscono le viole

03.10.2016 - 12:33

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C'è rimasto solo un artigiano, un falegname, al quale i residenti di via del Roscetto, via Bontempi, il Carmine, via della Viola affidano la cura delle loro persiane malandate. Nient'altro. Via il negozio di frutta, via gli alimentari, via il tabaccaio, via infine l'ultimo, la panetteria. E' tornato il Modernissimo, ma un cinema parla alla città non a quattro vie di Porta Pesa soltanto, anche se alimenta il passaggio delle persone. La solitudine e l'abbandono della piazzetta di Giovanni del Fosso, di via Baciadonne, dei vicoli e dei cento anfratti che danno forma a un piccolo angolo della città che si riconosce in via della Viola, ci sono sembrati per tanto tempo il segno della decadenza del centro antico, la forma estrema di una perdita di senso. Poi sono arrivati loro, i giovani, ad animare cantine abbandonate con le loro opere fantasiose, qualche vineria, trattorie dal tratto innovativo. Qualche tempo fa via della Viola ci sembrò il sogno realizzato di un cambiamento possibile, quasi un modello. Basta lamentarsi per la decadenza di una città antica sempre uguale a se stessa che, per salvarsi, deve trovare invece altri linguaggi, un modo per tornare a far parlare i vecchi vicoli.
Via della Viola, con i suoi muri dipinti, con i colori spalmati sui portoni, finestre e angoli sbrecciati, scacciava il grigio e accoglieva la creatività, il sogno. La via degli artisti che si inizia con lo stupendo studio di Giuliano Giuman e finisce con le scalette del Modernissimo. Sembrava funzionasse. Poi i primi scricchiolii, un'aria più dimessa, le prime cantine che si chiudono davanti ai loro portoni scoloriti dal tempo e dalla pioggia. C'è l'affitto da pagare dopo la scadenza dei contratti in comodato. La via degli artisti non muove la maledetta economia. Chi guadagna dipingendo è solo il falegname. Con le persiane verdi.
Restano i locali, al solito, qui come altrove, e via della Viola si anima solo di notte per poi tornare di giorno ciò che è stata prima della rivoluzione.
Cosa ci insegna la parabola della città del sole scritta all'ombra di palazzi troppo alti e di vicoli troppo stretti? Beh, non bastano le trattorie e qualche locale a far vivere un posto come via della Viola e non basta aspettare le ore piccole e il ritorno dei primi raggi del sole per dare un senso al bisogno di calore delle case. Tutto sbiadisce se sparisce la vita reale delle famiglie. Intendiamoci. Il centro antico di Perugia è grande, ogni borgo e magari soltanto una via possono far fiorire esperienze originali, la propria identità dentro il nostro tempo, bisogni nuovi, i sogni dei giovani, occasioni di incontro. Il problema è che tutto il centro rischia alla fine di riprodurre ovunque lo stesso modello per assecondare, soprattutto, le esigenze dei frequentatori saltuari, soprattutto notturni. Locali, birrerie, pizzerie, trattorie, patatine fritte, gelati. Ciò che ci manca è la presenza dei residenti dei quali, ormai, nessuno si interessa.
A Porta San Angelo c'è stata recentemente una polemica per via del rumore prodotto da un locale che superava il limite consentito. Il problema della convivenza tra i locali della vita notturna e le famiglie è annoso e rappresenta una delle cause dello spopolamento del centro storico perché in tanti anni non si è riusciti a trovare una risposta accettabile per tutti. Se oggi si guarda lo stesso Corso Vannucci, trasformato in una grande pizzeria all'aperto per gran parte dell'anno, si può capire come gli interessi commerciali possano condizionare il modo di vivere di tutti gli altri, la stessa immagine della città e della sua grande bellezza. Un consigliere comunale si batte da tempo per aprire in centro sale da ballo e per alzare, di conseguenza, i limiti del rumore imposti dal regolamento comunale. Questo in una città circondata, in basso, da discoteche buone per tutti i gusti. La storia del Titanic e della sua orchestrina ritorna sempre senza mai insegnarci nulla. I residenti vogliono il silenzio? se ne vadano in campagna. Vecchia massima perugina raccolta, in realtà, da migliaia di famiglie che hanno occupato con le loro case tutte le colline che guardano da lontano la città antica e il ricordo di una civiltà che i modelli del nuovo consumismo hanno prima umiliato e poi dimenticato.

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