Renzo Massarelli

Disperata ricerca di simboli

21.11.2015 - 11:54

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Domenica 22 novembre, nella sala dei Notari, ci spiegheranno perché dovremmo celebrare una data, il 1416, che a Perugia solo pochi esperti delle storie dei capitani di ventura conoscono. Si dovrà festeggiare un grande personaggio storico, così almeno lo vedono a Palazzo dei Priori i protagonisti del nuovo corso culturale della città. Eppure la piazza che porta il suo nome tutti continuano a chiamarla Grimana ed è curioso che neanche questo Cardinal Grimani sia stato un grande amico della città, anzi. Dunque, dovremmo festeggiare l'uomo d'arme Andrea Braccio Fortebracci da Montone nell'anniversario della sua nascita? ma no. Allora della sua morte. Neanche. Il fatto è che nel 1416 questo capitano di ventura che fu cacciato dalla città da ragazzo assieme alla sua famiglia di origine valtiberina, cioè del castello di Montone, realizzò il sogno della sua vita. Vendicarsi dell'affronto e riconquistare con la forza delle armi la sua vecchia città. A voler spulciare i commenti che vari storici dedicano a questo personaggio non c'è da stare allegri. Sul sito Facebook dedicato alla sua figura si afferma che, "asservita la città, compie vendette e non riesce a essere né magnanimo né giusto". E' noto alle fonti, si legge in qualche altra testimonianza storica, "come la sua compagnia avesse devastato campagne, saccheggiato borghi, usato violenza sulla popolazione". Per trovare un anniversario con la cifra tonda, seicento anni, e per farlo cadere nel tempo della nuova amministrazione non c'era che scoprire questa data, il 1416. Nel farlo, l'assessorato alla Cultura di Palazzo dei Priori, deve scrivere la storia con molta liberalità, un po' alla carlona, descrivendo il capo di un esercito di mercenari come un principe illuminato "capace di portare ordine in una città disorientata attraverso una serie di riforme moderate e rispettose degli statuti comunali". Perché questa amministrazione si sia così appassionata alla controversa storia di un uomo che faceva la guerra per mestiere e per denaro è un mistero. Perché il nostro sindaco gentile voglia mettere così a rischio la sua fresca reputazione è un altro mistero ancora. Forse perché si chiama Andrea, come Braccio? Troppo poco. E l'assessora, la signora Teresa Severini, persa ormai dietro il sogno di un indimenticabile corteo in costume? Ci siamo appena lasciati alle spalle un'amministrazione che ha coltivato con grande passione il ricordo del tempo passato, il dialetto come riscoperta di una identità perduta e ci ritroviamo il nuovo che avanza tutto preso non dal primo Novecento e dalle cartoline Alinari, ma dai secoli bui delle guerre tra le signorie e i capitani di ventura. E pensare che poco tempo fa si discuteva di come completare il progetto che avrebbe dovuto accompagnare l'acropoli perugina nella corsa a capitale europea della cultura affrontando i temi dell'economia della conoscenza e del sogno dell'innovazione negli intriganti anni del ventunesimo secolo, nel Duemila. In un colpo solo abbiamo perso due occasioni storiche. Quella di una lettura non nostalgica e non consolatoria del passato e quella di un futuro più stimolante del grigio presente. Siamo saliti in una scassatissima macchina del tempo e non abbiamo innescato nemmeno una marcia giusta, né avanti né indietro. Raffaele Rossi, nel suo libro "Discorso sulla città" descrive così l'aria di quei tempi. "C'è dunque una lezione della storia: Perugia oggi è famosa e ammirata più per le opere di pace che per quelle della guerra, più per la città-stato del Duecento, per la sua università, per il Perugino e il Pinturicchio che per le imprese del Fortebraccio, del Piccinino, ancor meno dei Baglioni, affermatisi all'ombra dei pontefici e logorati dalle sanguinose lotte all'interno della loro consorteria. Il passaggio dal libero Comune al dominio signorile, nel corso del quale si afferma una graduale influenza del papato, corrisponde ad una lunga fase di involuzione e di offuscamento dei valori di libertà, di autonomia e di alta creatività". Dal 1416, appunto. L'impressione è che questa amministrazione, nel tentativo di mettere una qualche radice in una città storicamente e politicamente lontana, cerca disperatamente simboli ai quali aggrapparsi. Da Fortebraccio al cippo di Ponte San Giovanni, di epoca fascista. Da quelle parti passa anche la marcia di Aldo Capitini ma qualcuno, a Palazzo dei Priori, preferisce quella del 1922. Guerra e pace, che grande dilemma, proprio in questi giorni di lutto la cui storia è scritta dai nuovi capitani di ventura e dai professionisti delle armi.

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