Renzo Massarelli

L'eredità perduta

06.06.2015 - 15:35

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Lo sapevamo già che questa volta non sarebbe stata una passeggiata per la sinistra (si offendono se continuiamo a chiamarla così?). In questi cinque anni sono cambiate molte cose e il segnale delle ultime elezioni politiche ci aveva già detto che anche in questa regione non esiste più un vincitore designato per grazia divina e a prescindere dai propri meriti. L’eredità della sinistra egemone che non aveva bisogno di premi di maggioranza per vincere ma di una semplice legge elettorale proporzionale si è squagliata un poco alla volta, elezione dopo elezione, perdendo per strada il grande patrimonio di famiglia accumulato da una classe dirigente di livello e da un numero infinito di militanti, di persone che spendevano una parte non secondaria della propria vita nell’impegno politico.
Il Pd è un’altra cosa rispetto alle vecchia sinistra, lo sappiamo. Una cosa del tempo della nostra modernità, ma di sicuro prende meno voti. Per questa ragione non ci siamo stupiti se i due schieramenti guidati da Catiuscia Marini e Claudio Ricci sono stati per un bel po', durante la notte dei risultati, una accanto all’altro, mai troppo distanti per pensare che la partita potesse chiudersi dopo i primi scrutini. Così, dobbiamo ricordare queste elezioni, 45 anni dopo, vissute per la prima volta dalla sinistra con la paura di perdere. Poi è andata come è andata e di sicuro arriveremo al cinquantesimo anniversario con in campo una squadra ancora imbattuta. Adesso non possiamo pensare troppo al 2020, così lontano. Possiamo soltanto chiederci perché il giocattolo vincente non funziona più. Beh, ce lo dicano loro, gli eletti che ci governeranno e un po' tutta la classe dirigente umbra che è stata protagonista di questa avventura elettorale. Sono loro che devono analizzare la situazione e proporci un cambiamento di rotta, una strada nuova, novità profonde e convincenti. A queste elezioni sono arrivati per forza d'inerzia e con il respiro affannoso. Un elenco di cose fatte in cinque anni si può sempre mettere insieme, ma per convincere gli elettori in questi tempi di sofferenza sociale e di poche aspettative per un futuro migliore ci vuole molto di più. Una riforma umbra? beh si, proprio questo. Da qualche decennio questa regione è uscita dall’orizzonte nazionale. Quando se ne parla è per dire che sarebbe meglio abolirla. Cosa pensano i politici di questa storia? Ce l’hanno un’idea per tornare al centro di un dibattito che non sia condizionato dalle dimensioni troppo ridotte di questo fazzoletto di terra al centro del Paese? Serve all’Italia, oggi, una regione così? Occorre trovare le ragioni per rispondere in modo positivo, altrimenti abbiamo votato per nulla, per una scatola ormai vuota. Questa doveva essere l’occasione per parlare dell’Italia di mezzo e per proporre la riforma del regionalismo e con esso l’esaltazione di alcune eccellenze nostre, l’ambiente, i beni culturali, idee nuove sul tema della mobilità e dei servizi sociali. Un programma per il nostro tempo difficile. Non è stato fatto o, almeno, non ce ne siamo accorti. Umbria, Toscana e Marche sono rimaste ciò che sono sempre state, nel bene e nel male, non certo il laboratorio di un cambiamento dell’idea stessa di regionalismo nel momento in cui questo regionalismo non è mai stato così poco popolare. Abbiamo ancora una idea di futuro? Se la sinistra non è desiderio di cambiamento ma di autoconservazione di apparati di potere e comitati elettorali allora il suo destino è segnato. Non c'è un domani in queste cose ma solo il senso del declino. Quando si votò, nel 1946, al referendum tra monarchia e repubblica il voto in Umbria per la repubblica fu uno dei più alti in Italia. Eppure questa regione era una terra isolata, silenziosa e poverissima, ma aveva, come disse alcuni anni dopo Ruggero Grieco, "una forza dentro”. Questa forza si è espressa per molti anni e ha trasformato l'Umbria. Si può essere una regione piccola e nello stesso tempo innovativa e fattrice del nuovo. Bisogna crederci e provarci. Cinque anni sono lunghi da passare. Non abbiamo bisogno del moderatismo dei nuovi dorotei ma di una classe dirigente in grado di promuovere il cambiamento e di coinvolgere forze economiche e sociali interessate a misurarsi anch’esse con la riforma dell'Umbria, con il cambiamento del vecchio regionalismo prima che ci pensino altri con i soliti modi spicci. Si tratta di una scelta vitale per questa regione che dovrà aprirsi, inevitabilmente, alle regioni vicine. Occorre fare due passi in avanti e neanche uno indietro. In cinque anni.

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