Piazze vuote, ristoranti pieni

Piazze vuote, ristoranti pieni

23.05.2015 - 13:18

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L’Umbria è una regione, se si parla di politica, stabile. Infatti si vota seguendo sempre il ritmo dei cinque anni. Dal 1970. Niente crisi, niente consigli sciolti prima del tempo, niente elezioni anticipate. La sua stabilità non è solo istituzionale ma anche politica. Sia pure attraverso i cambiamenti, nel tempo, dei partiti e delle coalizioni, è sempre la sinistra che vince e governa con margini elettorali piuttosto ampi. E’ difficile prevedere che anche questa volta sarà così. Di sicuro, comunque, il largo prevedibile astensionismo, fenomeno diffuso un po' ovunque in Italia, può rendere la partita più incerta. Il tempo cambia le cose anche quando sembra che tutto sia destinato a rimanere uguale a se stesso. Questa possibile incertezza non sembra cambiare il clima pacato e quasi impercettibile di questo appuntamento elettorale. I toni non sembrano più accesi del solito e neanche l’attivismo dei partiti. Tutto scorre senza frastuoni. Se si pensa alla piazze di una volta e a tutta la mobilitazione popolare che segnava la vigilia di una elezione si può capire la profondità del cambiamento. Non ci sono più comizi all’aperto, le grandi adunanze di popolo, il senso di una appartenenza esibita attraverso i simboli di sempre. E’ cambiato il linguaggio della politica, è cambiata la passione che l’accompagnava, è cambiato il rapporto, quando c’è, tra i partiti e gli elettori. Le piazze vuote, salvo qualche eccezione, vuote perché non più utilizzate, non sono il risultato del cambiamento causato dalla televisione. Queste non sono elezioni politiche dove si parla ovunque dei grandi temi nazionali, ma elezioni regionali dove conta il programma, la gestione del territorio, i servizi e le infrastrutture locali, gli interessi visibili della popolazione. Forse anche per questo i luoghi del confronto elettorale sono cambiati. Ci illuderemmo però se immaginassimo una discussione che coinvolge direttamente gli elettori, almeno nelle forme che sarebbero necessarie e che abbiamo conosciuto nel passato. Dalle piazze il rito elettorale si è trasferito nei ristoranti dove, ovviamente, si mangia, si sta assieme, e si ascolta, alla fine della serata, il candidato ospite. La personalizzazione della politica ha diviso in tanti segmenti i simpatizzanti dei partiti. Non c’è più il popolo che si riconosce in un progetto, in una idea di futuro, neppure, necessariamente, in ideali comuni. Si va alle cene, si paga una cifra per il finanziamento della campagna elettorale del candidato amico, ci si ritrova attorno a un tavolo per tante ragioni diverse. Si tratta così di una piccola comunità che elegge un suo capo, idealmente, perché è la persona alla quali ci si sente più vicini e al quale, se necessario, ci si può rivolgere nella cura dei propri interessi personali, di territorio, nel caso di qualche difficoltà. Ed è così che si raggiunge un equilibrio, una sintesi più accettabile tra desiderio di partecipazione e desiderio di sicurezza, magari di protezione sociale. Le piccole comunità che si riconoscono e si riorganizzano di fronte alla crisi dei partiti e alla loro incapacità di parlare a tutti, di garantire gli stessi interessi, di comunicare gli stessi ideali sono come le comunità che si riconoscono al ristorante, si fanno vedere, certificano il loro ruolo sociale in questo mondo molecolare, come in una festa di paese. Magari ci sarà qualcuno che parteciperà a diversi eventi, a più di una cena, garantendo così l’amicizia e il sostegno a più di un candidato, può capitare. Il vuoto che ci circonda, la mancanza di un senso di appartenenza pieno e soddisfacente, ci fa vivere questo breve periodo della campagna elettorale in modi diversi. C’è chi resta a casa e si disinteressa. C’è chi lo fa da sempre e chi in questi ultimi anni ha allargato l’esercito disarmato degli indifferenti. E’ il nuovo fenomeno che si traduce sul piano concreto nell’astensionismo, nella fuga dalle urne e dalla politica. La comunità delle cene resta in fondo una minoranza che attraversa in modo trasversale i partiti, ma sono loro che, alla fine dei conti, possono decidere per tutti o forse averne soltanto l’illusione. Restano le piazze vuote e le piazze come le stagioni, non sono più come quelle di una volta, non solo durante la campagna elettorale ma tutti gli altri giorni dell’anno. Andremo a votare non avendo ancora capito chi deciderà davvero in un mondo con pochi padroni e con tanti clienti. Forse il ristorante è solo una tappa. Il resto del cammino ci è, il più delle volte, ignoto.

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