Renzo Massarelli

La malattia di Raffaello

16.05.2015 - 11:14

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Ogni tanto questa storia della Deposizione di Cristo che Raffaello realizzò per Atalanta Baglioni nel 1507 e che restò per un secolo a San Francesco al Prato il Pantheon delle più importanti famiglie perugine, ritorna nella memoria della città e riapre la solita impari disputa con il ministero dei beni culturali. Riportare a Perugia il Raffaello sottratto di notte da Scipione Borghese, il cardinale romano grande collezionista di opere d’arte, con l’inganno. Il capolavoro dell’artista di Urbino ci racconta non solo una pagina del Vangelo ma anche, più prosaicamente, un periodo buio della storia perugina. Atalanta Baglioni era la madre di Grifonetto, un giovane nobile “di bellezza quant’altri mai”, al centro delle congiure che insanguinavano la città e le sue famiglie più potenti, che fu ucciso dal cugino Gianpaolo Baglioni sulle scale di Sant’Ercolano. Gianpaolo tornava in città, dopo un breve esilio a Marsciano, e quella fu la sua vendetta. La Deposizione di Raffaello è l’opera d’arte più perugina che esista, ma dal Seicento si trova a Roma, nel palazzo che ospita la Galleria Borghese. A Perugia furono sottratti nel corso dei secoli o magari venduti decine di capolavori dei maggiori artisti del Rinascimento, compresi altri due capolavori di Raffaello. Uno si trova ora, manco a dirlo, nei musei vaticani e un altro a Londra. Se la Galleria nazionale di Palazzo dei Priori potesse riaverli tutti avremmo uno dei musei più importanti d’Italia da mostrare al mondo. Dopo la rivoluzione francese, per dire, avevamo un Michelangelo, quattro Tiziano, Caravaggio e Parmigianino, Guido Reni e tantissimi Perugino. Ed anche altri Raffaello.
Ora, uno scritto del critico d’arte Tomaso Montanari su Repubblica ci dice che la Deposizione “Borghese”, insomma la pala Baglioni, come sarebbe più giusto chiamarla, si sta piegando su se stessa con il rischio di far saltare il dipinto in tanti pezzi. Colpa di una cattiva conservazione, di climatizzatori che non funzionano da oltre un anno, di una pessima areazione nel palazzo dei Borghese. Vecchi vizi italiani. Solo che il capolavoro di Raffaello ha superato il mezzo millennio di vita e si è mantenuto in buona salute anche quando la temperatura e l'umidità dei palazzi non si potevano cambiare con mezzi artificiali. Ci fidiamo troppo della tecnica, che peraltro usiamo male, e troppo poco delle possibilità che ci offre la natura. Chiudiamo le finestre e via con l’aria condizionata. E' così che si prendono le polmoniti. Non per strumentalizzare questo episodio gravissimo di cattiva tutela dei nostri tesori d'arte ma, insomma, sarebbe davvero il caso questa volta di scrivere al ministro Dario Franceschini per dirgliene quattro e una soprattutto. Se non siete in grado di salvare i nostri beni culturali ridateci almeno la Pala Baglioni, che starebbe di lusso nella galleria nazionale, accanto al suo maestro, Pietro Vannucci.
Questa vicenda dolorosissima del destino di una grande opera del Raffaello commissionata dentro gli oscuri colori delle tragedie sanguinose del primo Cinquecento perugino ci rimanda in qualche modo al futuro del nostro passato, alla grande bellezza che non possiamo perdere, soprattutto in casa nostra. Anche noi, troppo spesso, non riusciamo a liberarci dai nostri vizi, che sono i soliti. Quando si solleva la questione del nostro centro antico e della sua salvaguardia c'è sempre qualcuno, tra le innumerevoli corporazioni della città, tra i tanti interessi che si contendono il terreno di gioco, che risponde con il solito luogo comune. La città non può essere un museo e non si può custodire sotto una campana di vetro. Tutto giusto se non ci fossero, sotto queste banalità, tanti interessi privati, le dimenticanze per il bene comune, la miopia provinciale. Adesso ci indigneremo per questa vicenda del Raffaello e continueremo, nello stesso tempo, a chiedere più traffico privato in centro e, dunque, più inquinamento, per via degli interessi di qualche commerciante, festicciole un po' troppo paesane e quasi sempre di cattivo gusto, la ritrovata passione per il dialetto come illusoria riappropriazione della identità perduta. Strade dissestate e scarsa manutenzione. Non ci sono più fondi pubblici, ci dicono, mentre le famiglie e le consorterie più ricche della città non si fronteggiano più come nel Cinquecento. Curano il loro "particulare" e dormono tranquilli nelle loro ville di Prepo e della Trinità. Da cinquant'anni. Almeno.

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