Renzo Massarelli

La festa d’aprile

25.04.2015 - 14:00

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Stamattina le autorità civili, militari e religiose rifaranno la strada di sempre, come ogni anno, seguendo le tappe di una cerimonia che è sempre la stessa. Sono settanta anni che l'Italia è stata liberata, un tempo molto lungo, il tempo di una vita. Non sono più così numerose le persone che possano dire “io c’ero”. La memoria si allontana e la festa di quella giornata, il 25 aprile del 1945, a Milano, si può vedere nelle foto e nei filmati in bianco e nero di quel tempo. Non c'è un altro giorno nella storia che ci possa mostrare una folla di persone così enorme e così felice mentre sfilano per le strade gli automezzi dei partigiani e dell’esercito alleato. A Milano finisce una guerra lunga cinque anni, la più terribile e disastrosa della storia dell'uomo. Prima di Milano ogni città conoscerà la sua liberazione, man mano che le truppe alleate avanzeranno verso il nord. Però la resistenza nasce per tutti dopo l’8 settembre del 1943, il giorno dopo l'armistizio, la fuga vergognosa a Brindisi della famiglia reale, l’annuncio surreale del governo Badoglio sulla guerra che continua, mentre tutto crolla. E’ di quel giorno che parla la canzone “Bella ciao”, parla di quella mattina quando tutto il paese si trova “l’invasor” sulla porta di casa.
I partigiani vanno in montagna e si inizia una guerra di popolo qual mai l’Italia aveva conosciuto. In Umbria, la Resistenza durerà dieci mesi, sino alla fine di giugno del '44. Il 13 a Terni, il 20 a Perugia e lascerà sul campo più di cinquecento vittime combattenti. Il nord attende un inverno terribile, prima della primavera del '45. E' vero, la resistenza fu animata da una minoranza. C’era molta più gente in piazza il giorno della caduta del fascismo, non tutti quelli che festeggiavano sarebbero poi diventati i soldati di quell'esercito senza stellette e con poche armi, ma sarà pur sempre guerra di popolo perché i partigiani troveranno solidarietà nelle campagne, aiuti e sostegno nelle città occupate dai nazisti. Partigiani saranno anche gli operai delle acciaierie di Terni che impediranno ai tedeschi, attraverso vari espedienti, di smontare pezzi di fabbrica per portarli in Germania. Anche per questo la resistenza salverà l'onore di una nazione che aveva combattuto accanto ai nazisti. Si discute ancora se si trattò di una guerra civile o di una guerra di liberazione. Forse è più giusto guardare la resistenza come a un nuovo risorgimento nel momento in cui l'Italia veniva occupata da un esercito nemico. Su questi temi riaffiorano ogni tanto delle polemiche, tentativi di rileggere in modo diverso il valore della resistenza nella liberazione del paese. La ricerca storica è libera, ci mancherebbe, e tutto ciò che serve ad arricchirla è utile. Si deve però ricordare che la liberazione di questo paese arrivò dopo una guerra disastrosa e dopo venti anni di dittatura. La resistenza era nata dentro questo groviglio terribile e non fu di sicuro una passeggiata. Per nessuno. Gli italiani in quel momento potevano scegliere, come gli eroi di Cefalonia. Si poteva stare alla finestra a guardare gli avvenimenti o si poteva scendere in campo, dall'una o dall'altra parte. Su quale fosse la parte giusta di sicuro non si possono però avere dubbi.
Abbiamo anche noi, in Umbria, conosciuto violenze orrende, come l'uccisione a Gubbio di quaranta martiri innocenti, episodi di eroismo assoluto come quello di Germinal Cimarelli a Terni o di Venanzio Gabriotti a Città di Castello, Primo Ciabatti a Perugia, i tre fratelli Ceci a Marsciano, tra tanti altri, la nascita del primo territorio libero sui monti della Valnerina e del reatino grazie al valore della Brigata Gramsci, il sacrificio di tanti eroi sconosciuti ai più e ormai dimenticati. Quando Terni fu liberata dagli inglesi che venivano da sud e dai partigiani che scendevano dalle montagne della Val di Serra la città era quasi deserta. Dopo oltre cento bombardamenti non restavano che le macerie, ma il primo sindaco della città fu nominato dai partiti del Cnl e non dagli inglesi. Diversa la situazione di Perugia che si salvò dalle bombe e che fu amministrata dalla mano ferma degli alleati. E' anche così che rinascono le città umbre. In qualche modo siamo tutti eredi di quegli avvenimenti, di quella storia confusa e irripetibile. La liberazione delle città umbre in quel giugno del '44 non fu una festa qualsiasi. Forse non ci fu neppure il modo di festeggiare. Si doveva ripartire e curare molte ferite. Tutta la regione era poverissima e affamata. Aspettando la liberazione del nord Italia e la bella e drammatica festa d'aprile a Milano, con l'Italia finalmente unita.
renzo.massarelli@alice.it

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