Renzo Massarelli

Un arco, una torre, un mercato

07.02.2015 - 12:53

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Con l'Arco Etrusco è fatta. Con la torre degli Sciri ci siamo. Con il Mercato Coperto ci sarà da aspettare un po', ma stiamo partendo. Nell'Arco Etrusco ci sono le radici della città, la sua storia più antica, le sue mura degne dei ciclopi, il volto del suo tempo classico. Nella Torre degli Sciri il medioevo e il tempo del massimo splendore della città, l'ultimo baluardo della Perugia dalle cento case turrite, la testimonianza rimasta, forte e ostinata, di una autonomia comunale che sarà cancellata da un Papa dal pugno di ferro. Poi dobbiamo fare un bel salto nella storia e arrivare al primo Novecento e incontrare non più le pietre antiche di un passato lontano ma i mattoni e il ferro, quella ferita al Sopramuro che rappresentò il Mercato Coperto e la sua mole così diversa dalla diga possente che sosteneva la piazza come fosse una grande terrazza. Il manufatto di Giuseppe Grossi, l'ingegnere del Comune, che nasceva accanto alle fondamenta scivolose della città e nei terreni selvaggi di Campo Battaglia è stato il ventre della vecchia Perugia che cercava nuovi modelli di vita e di consumo. Basteranno le opere che tracciano il tempo della storia e che si portano dietro simboli e sentimenti forti della società perugina, riportate alla dignità che gli spetta, a cambiare le cose nel centro antico della città e a imporre le antiche gerarchie, se non il dominio, almeno l'egemonia sul resto del territorio? Beh, il resto il territorio non è più il vecchio contado ma tutta la città nuova, il dinamismo ferito da tante contraddizioni di Ponte San Giovanni, lo sviluppo impetuoso di San Sisto determinato non più dalla fabbrica del cioccolato ma dall'immensa mole del Policlinico. Abbiamo visto passare sotto i nostri occhi in un paio di decenni il volto veloce del cambiamento così che oggi non sappiamo cosa sia la città o dove si sia stabilito il suo spirito dominante. E' da un po' di tempo che Perugia cerca se stessa, in verità, senza trovare che pezzi della propria identità dispersa. Ci dev'essere stato un tempo in cui questa identità è andata in frantumi come una lastra di vetro troppo grande e troppo pesante per riuscire a sostenersi. Oggi stiamo cercando questi pezzi per rimetterli insieme ed è questo il compito che spetta alle nuove classi dirigenti che devono portarci verso il futuro. Riconnettere la città, dare un senso ai nuovi quartieri, capire cosa dev'essere il suo centro antico nel nuovo secolo. Un arco, una torre, il primo mercato coperto restaurati e destinati a nuova vita non ci bastano, anche se rappresentano la nostra storia così intensamente da esserne diventati i suoi simboli. In questi anni abbiamo capito che la retorica della modernità, il crescere tanto per crescere, il costruire nuove torri nei fossi dove una volta fiorivano i papaveri rossi non ci ha regalato una nuova pietra filosofale capace di risanare i danni del tempo, indicarci l'arte di far rivivere lo spirito comunitario nascosto persino nelle vecchie pietre dei palazzi e dei monumenti della nostra storia. Su questi temi, non proprio semplici, si è interrotta dopo così tanto tempo, una vecchia e consolidata pratica amministrativa, conservativa e riformista, veloce e lentissima a seconda degli interlocutori, ma soprattutto vittima della propria miopia, incapace di capire il linguaggio della città nuova che pure aveva costruito, ne' di quella antica che è stata ereditata dal nostro lascito storico. E' nelle contraddizioni del nostro tempo che la politica e settori importanti della società perugina è caduta, affogata in uno stagno che pur essa stessa aveva costruito. Ora abbiamo una nuova amministrazione e sulle sue capacità di avviare un processo di cambiamento è lecito, onestamente, fatta salva la buona volontà, nutrire qualche dubbio. Che fine farà il progetto di Perugia capitale della cultura che dovrebbe promuovere comunque le cinque città finaliste? Il governo manterrà gli impegni per un finanziamento non simbolico? Cosa pensano di fare a Palazzo dei Priori? Come scrive, a proposito di Venezia, Salvatore Settis, prima di tutto viene il "capitale sociale". Si dovrebbe, in pratica, "calibrare ogni mutamento non sulle aspettative dei turisti né sulla speculazione immobiliare, ma sul futuro dei propri cittadini". Un arco, una torre e un mercato potranno non bastare ma sono pur sempre un inizio. Vediamo se saremo capaci di accumulare nelle nostre banche ideali il capitale sociale necessario.

renzo.massarelli@alice.it

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