Renzo Massarelli

L'Italia appenninica

17.01.2015 - 14:10

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Le chiamano riforme perché, come è noto, in Italia siamo tutti riformisti. Solo che molto spesso non sanno perché si devono fare e a cosa debbano servire. Hanno cominciato con il Senato quando sarebbe stato più conveniente dimezzare tutti i parlamentari e diversificare le funzioni tra le due Camere.

La prossima volta il Senato sarà composto da consiglieri regionali mentre le province, già soppresse nel modo che sappiamo, da consiglieri comunali. Una specie di giochetto dei quattro cantoni. Dicono serva per risparmiare. La prossima volta voteremo solo per la Camera, cioè per il governo del paese, e per i comuni. Finché dura, poi chissà. Una volta dicevano che la politica costava troppo, adesso pare che costi troppo anche la democrazia. Forse stiamo esagerando.
Ora arriva il turno delle regioni. Pare siano troppe. Questa storia delle regioni va avanti da diverso tempo. La Fondazione Agnelli aveva fatto discutere a lungo grazie alla sua proposta di accorpamento. Un freddo e razionale ragionamento maltusiano dove i più piccoli e, dunque, i più deboli, vanno eliminati. Del resto, non ci vuole molto. Basta spostare un po' i confini, cambiare i colori alla nostra carta geografica, ricordo indelebile degli anni scolastici, e il più è fatto. Facevano così ai tempi del colonialismo persino le potenti nazioni europee in giro per il mondo.
La proposta più singolare viene ora da due deputati Pd. Dodici regioni invece che venti. Sanno già a quanto ammonterà il risparmio. Chissà che conti hanno fatto. A noi umbri tocca la Toscana e la provincia di Viterbo e tutto questo bel groviglio di modi di parlare e di vivere si dovrebbe chiamare Regione Appenninica, da Norcia a Massa Carrara, dagli Appennini alle Alpi. Già il nome è singolare perché questa lunga catena montuosa c'è in tutta l'Italia peninsulare. Anche la Calabria, per dire, è una regione appenninica. Le Marche e l'Abruzzo con il Gran Sasso e la Maiella lo sono di più dell'Umbria e della Toscana. Le Marche, esclusa la provincia di Pesaro, e l'Abruzzo si chiameranno invece regione Adriatica. L'idea non sarebbe male, ma allora noi, in omaggio alle splendide coste toscane e viterbesi dovremmo chiamarci Regione Tirrenica. No, la Regione Tirrenica sarà di pertinenza della Campania e di un pezzo di Lazio, quello più a sud. Non va meglio al Piemonte e alla Liguria che si chiameranno Regione Alpina, il che sarebbe un grave torto per il Triveneto. In questo disegno di legge si salvano la Lombardia che resterà da sola e Roma e la sua provincia alla quale spetta il titolo di città metropolitana. Cambiare nome a un territorio è una grande offesa alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra identità. Se qualcuno si sognasse di cambiare nome all'Andalusia, alla Provenza o alla Baviera lo prenderebbero per matto. Da noi le cose vanno diversamente.
Dicono che tagliare le regioni ora si può perché non godono di una buona reputazione morale. Ce lo dicono quelli di Montecitorio e i ministri dei palazzi romani. Figuriamoci. Se diverse regioni non hanno comunque brillato per moralità è colpa di queste istituzioni nate un quarto di secolo fa, o di chi le amministra? E se ora le accorpiamo, il malaffare sparirà come d'incanto? Questi conti i due deputati del Pd non li hanno ancora fatti.
Dunque, ci sposiamo con la Toscana e dovremo fare questo matrimonio portando in dote una modesta capacità produttiva ma anche una smisurata ricchezza culturale. Un normale matrimonio per procura, dove l'Umbria non guadagna nulla, e forse neanche l'interesse nazionale, figuriamoci Perugia che di questa regione è il capoluogo. I politici che dovrebbero conoscere i rischi ai quali andiamo incontro per ora tacciono. Tra pochi mesi si vota e per cinque anni sono tranquilli. Poi qualcun altro provvederà. Forse ci hanno soffiato nelle orecchie un altro falso problema, un venticello che con il tempo si smorzerà. Decideranno loro, quei pochi che in questo paese possono decidere ancora qualcosa. Noi, con tutte queste riforme dovremmo aver risparmiato un sacco di soldi anche se stiamo diventando sempre più poveri. I conti non tornano, maledetti toscani.
renzo.massarelli@alice.it

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