Renzo Massarelli

L'anno che verrà

04.01.2014 - 10:54

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I Capodanno in piazza, volendo, ci possono raccontare la storia della città negli ultimi venti anni perché in una serata così si esprime meglio che in tante altre occasioni l'umore di una comunità, con le sue speranze e le sue delusioni. Il Capodanno chiude una parentesi e ne apre un'altra. Certifica un' emozione, la voglia del cambiamento, la paura del nuovo. Per questo si accendono fuochi per scacciare le forze del male e per liberarsi dai presentimenti infausti. Quando questa festa assunse a Perugia le forme che conosciamo, con i fuochi d'artificio e i concerti in Corso Vannucci, i primi cenoni si organizzavano in casa, con le lenticchie come ultimo piatto, il simbolo dell'abbondanza e delle monete d'oro che finalmente dovevano caderci in testa, chissà da dove. Uscire di casa con il freddo fu un atto liberatorio, ritrovarsi con altre famiglie, lasciare liberi i bambini di correre ai giardinetti in un' ora inconsueta, darsi appuntamento con gli amici per stappare una bottiglia seduti su una panchina e poi correre verso la balaustra del belvedere ad aspettare i fuochi d'artificio, a mezzanotte. I giovani ballavano un po' ovunque, vicino o lontano dai palchi dei concerti. Un anno si festeggiò accanto a cumuli di neve e il breccino sotto i piedi. Poi, come succede spesso a Perugia, quella che era un'abitudine delle famiglie del centro e di qualche gruppo dei quartieri più lontani divenne un' abitudine di massa, imponente e, alla fine, ingestibile. Per ampliare gli spazi e soddisfare i diversi gusti musicali i concerti divennero sempre di più, sino a raggiungere piazza Ansidei o piazza Partigiani. Il centro era così pieno di gente da far invidia a quelli di Umbria Jazz e poi di Eurochocolate. Ed è così che da festa conviviale, il Capodanno divenne una bolgia senza più possibilità di controllo. In aria volava di tutto, dalle bottiglie ai petardi sino a che tutto Corso Vannucci non si trasformava in un mare di schegge di vetro, di cocci taglienti dal puzzo di alcool. Il giocattolo si era rotto come una bottiglia di spumante sbattuta contro un muro annunciando, in qualche modo, la rivoluzione che avrebbe conosciuto la città vecchia e tollerante, di notte, negli anni a venire. Questo costante cambiamento ha allontanato sempre di più le famiglie consegnando la festa alle forme della movida e alla trasgressione un po' isterica e un po' infantile di troppa gente. Abbiamo festeggiato l'arrivo del nuovo secolo cercando in quella freddissima serata di ripararci dai colpi della tramontana, sotto i portici della Provincia. Eravamo nel Duemila e non si poteva mancare, ma già allora si cominciava a capire che l'incantesimo era svanito come l'ultimo sfrigolare di luce dei fuochi artificiali quando piano piano scendono e si spengono come la coda di una cometa che si consuma nel vuoto. Così, per qualche anno, si è andati avanti per forza d'inerzia. Il Comune si impegnava per i fuochi d'artificio, le associazioni dei commercianti per i concerti. Sino agli ultimi anni, quando il tempo della nuova austerità e della spending review ha concluso un ciclo lungo venti anni. Ora, la cultura del bere, spesso oltre misura, resta ancora l'espressione centrale della festa, ma i gruppi che si sono incamminati nell'ultima notte dell'anno verso il centro della città sono già un'altra cosa. Corso Vannucci non diventa un lago di vetro come una volta e non si sente più di tanto l'odore del fumo dei petardi usati senza parsimonia e lanciati in ogni dove. E' come se la festa cercasse le proprie origini e, insieme, una nuova dimensione. In realtà, la prima notte del 2014 è stata semplicemente la prima notte del 2014, cioè quella del nostro tempo. Sappiamo tutti benissimo che il nuovo anno non ci porterà sacchi di monete d'oro. Continueremo a mangiare lenticchie, ma senza tante illusioni. Aspettando che finisca la nottata. 

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