Il salone delle feste

02.11.2013 - 16:20

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In autunno, in genere, ci si ferma ad aspettare le feste di Natale, tanto per tirare un po' di fiato dopo i bagordi dell'estate, ma il gioco delle stagioni non è più questo. Ormai, come nel sogno della città immaginaria di Lucio Dalla, nell'anno che verrà la festa dura tutto l'anno. Dunque, ci godiamo il ritorno in centro delle Festa dei morti, giusto il tempo di aver smontato le tende di Eurochocolate e in attesa che arrivi "Umbria Libri" che è una manifestazione non così invadente e che per mostrarsi non ha bisogno di Corso Vannucci e dei suoi spazi pregiati.
Comunque, con tutti i suoi acciacchi, la vecchia Perugia e il suo corso sembrano il salone delle feste come si usava nei castelli dei secoli lontani. Si apparecchia e si sparecchia, si mangia e si suona e poi si torna per un po' al silenzio ristoratore che ogni tanto ci vuole affinché la vetustà del luogo non perda il suo fascino.
Abbiamo ospitato in pochi mesi la musica moderna ma anche antichissima di Umbria Jazz e quella classica della Sagra musicale umbra e poi Eurochocolate e ora la Fiera dei morti. Come dire, il sacro e il profano, i grandi eventi culturali e le fiere del consumismo. Abbiamo nutrito lo spirito e il corpo, abbiamo mescolato la cultura e quell'arte pur sempre nobile che è il commercio perché le città sono fatte proprio così e se sono vive devono usare al meglio il loro linguaggio che è fatto di economia e di cultura, di lavoro e di tempo libero.
Certo, non tutti gli avvenimenti che vengono rappresentati davanti alla piazza del duomo nascono nel ventre della polis perugina. La città offre lo scenario, i suoi luoghi non certamente banali ed è per questo che quando la festa finisce il silenzio è ancora più assordante, anche se è proprio il silenzio il tratto più profondo dell'identità perugina.
Dobbiamo continuare a coltivare questa fresca vocazione festaiola? è questa la ricetta della rinascita perugina e del suo grande borgo antico? La nostra vocazione dovrà essere sempre di più indirizzata verso i tavoli di Corso Vannucci e dintorni e adempiere al dovere di far mangiare i nostri visitatori? Beh, qualcuno che ci pensi ci vuole, ma poi? Durante Eurochocolate molti commercianti si sono irritati nel vedere le strade piene e i loro negozi vuoti. Succede, perché portare tanta gente in centro ogni tanto non significa aver risolto i nostri tanti problemi, quello della residenza prima di tutto e poi dei servizi culturali, della sicurezza, della stessa offerta commerciale. Viviamo nella città ma non la possediamo veramente perché il senso di appartenenza è un sentimento profondo che non si può inventare se non c'è una comunità che si riconosce come tale, e non che partecipa, semplicemente, come consumatrice come fanno i turisti della domenica.
Tra tutte le manifestazioni, quella che si tiene in questi giorni a Pian di Massiano e in centro, cioè la fiera dei morti, è la più tradizionale, forse quella più provinciale, ma ha un grande linguaggio perché viene da lontano e, se si tiene in autunno, è perché questo è il momento di portare a casa le provviste, in attesa del grande freddo. Usanze antiche che ci parlano delle stagioni e dei ritmi della campagna, dei luoghi da dove tutti veniamo. E poi è nostra e nessuno può alzarsi un giorno e venirci a raccontare che sarebbe più conveniente per le casse della ditta trasferirsi in un altro posto. La città ha però bisogno di aprirsi, di guardarsi attorno, di investire e rischiare in quel campo vastissimo dove non esiste più la proprietà collettiva ma solo tante convenienze private. E' questo il buco nero nel quale si deve entrare per capire qual è il futuro che ci aspetta, anche se non sempre si trova facilmente l'interruttore della luce. E' per questo che oggi si tornerà a parlare del Festival del giornalismo e dei tanti problemi che questa vicenda ci ha posto dinanzi. Quale dev'essere il rapporto tra gli operatori culturali che hanno in mano tutte le leve del comando e gli enti pubblici che rappresentano l'interesse collettivo? Quanto potere è dovuto a chi si siede sul palcoscenico e apre il sipario? Il giornalismo è un mestiere difficile da imparare, non è vero che si nasce giornalisti, neanche quando il talento è innato e sgorga fresco come l'acqua di una sorgente. Ci vuole fatica, sempre. Per organizzare un festival del giornalismo si devono seguire le stesse tracce di chi fa questo mestiere. Le stesse regole deontologiche, lo stesso spirito di servizio. Autonomia verso il potere e rispetto per i lettori. Se questa vicenda spiacevole si risolve oggi così, in questo modo, tanto meglio, se no vuol dire che abbiamo perso tempo anche quando tutto ci sembrava così bello e non pensavamo affatto di partecipare semplicemente a uno spettacolo, ma a qualcosa di più e di diverso. E' verso questo traguardo che il filo di Arianna dovrebbe riportarci. 
Renzo Massarelli
renzo.massarelli@alice.it
Non facciamo altro che montare e smontare panche e tendoni per prepararci a un nuovo evento, tagliare nastri per la prossima festa, scendere e risalire le vecchie scale di Perugia.
In autunno, in genere, ci si ferma ad aspettare le feste di Natale, tanto per tirare un po' di fiato dopo i bagordi dell'estate, ma il gioco delle stagioni non è più questo. Ormai, come nel sogno della città immaginaria di Lucio Dalla, nell'anno che verrà la festa dura tutto l'anno. Dunque, ci godiamo il ritorno in centro delle Festa dei morti, giusto il tempo di aver smontato le tende di Eurochocolate e in attesa che arrivi "Umbria Libri" che è una manifestazione non così invadente e che per mostrarsi non ha bisogno di Corso Vannucci e dei suoi spazi pregiati.
Comunque, con tutti i suoi acciacchi, la vecchia Perugia e il suo corso sembrano il salone delle feste come si usava nei castelli dei secoli lontani. Si apparecchia e si sparecchia, si mangia e si suona e poi si torna per un po' al silenzio ristoratore che ogni tanto ci vuole affinché la vetustà del luogo non perda il suo fascino.Abbiamo ospitato in pochi mesi la musica moderna ma anche antichissima di Umbria Jazz e quella classica della Sagra musicale umbra e poi Eurochocolate e ora la Fiera dei morti. Come dire, il sacro e il profano, i grandi eventi culturali e le fiere del consumismo. 
Abbiamo nutrito lo spirito e il corpo, abbiamo mescolato la cultura e quell'arte pur sempre nobile che è il commercio perché le città sono fatte proprio così e se sono vive devono usare al meglio il loro linguaggio che è fatto di economia e di cultura, di lavoro e di tempo libero.Certo, non tutti gli avvenimenti che vengono rappresentati davanti alla piazza del duomo nascono nel ventre della polis perugina. La città offre lo scenario, i suoi luoghi non certamente banali ed è per questo che quando la festa finisce il silenzio è ancora più assordante, anche se è proprio il silenzio il tratto più profondo dell'identità perugina.Dobbiamo continuare a coltivare questa fresca vocazione festaiola? è questa la ricetta della rinascita perugina e del suo grande borgo antico? La nostra vocazione dovrà essere sempre di più indirizzata verso i tavoli di Corso Vannucci e dintorni e adempiere al dovere di far mangiare i nostri visitatori? Beh, qualcuno che ci pensi ci vuole, ma poi? Durante Eurochocolate molti commercianti si sono irritati nel vedere le strade piene e i loro negozi vuoti. Succede, perché portare tanta gente in centro ogni tanto non significa aver risolto i nostri tanti problemi, quello della residenza prima di tutto e poi dei servizi culturali, della sicurezza, della stessa offerta commerciale. 
Viviamo nella città ma non la possediamo veramente perché il senso di appartenenza è un sentimento profondo che non si può inventare se non c'è una comunità che si riconosce come tale, e non che partecipa, semplicemente, come consumatrice come fanno i turisti della domenica.Tra tutte le manifestazioni, quella che si tiene in questi giorni a Pian di Massiano e in centro, cioè la fiera dei morti, è la più tradizionale, forse quella più provinciale, ma ha un grande linguaggio perché viene da lontano e, se si tiene in autunno, è perché questo è il momento di portare a casa le provviste, in attesa del grande freddo. Usanze antiche che ci parlano delle stagioni e dei ritmi della campagna, dei luoghi da dove tutti veniamo. E poi è nostra e nessuno può alzarsi un giorno e venirci a raccontare che sarebbe più conveniente per le casse della ditta trasferirsi in un altro posto. 
La città ha però bisogno di aprirsi, di guardarsi attorno, di investire e rischiare in quel campo vastissimo dove non esiste più la proprietà collettiva ma solo tante convenienze private. E' questo il buco nero nel quale si deve entrare per capire qual è il futuro che ci aspetta, anche se non sempre si trova facilmente l'interruttore della luce. E' per questo che oggi si tornerà a parlare del Festival del giornalismo e dei tanti problemi che questa vicenda ci ha posto dinanzi. Quale dev'essere il rapporto tra gli operatori culturali che hanno in mano tutte le leve del comando e gli enti pubblici che rappresentano l'interesse collettivo? Quanto potere è dovuto a chi si siede sul palcoscenico e apre il sipario? Il giornalismo è un mestiere difficile da imparare, non è vero che si nasce giornalisti, neanche quando il talento è innato e sgorga fresco come l'acqua di una sorgente. Ci vuole fatica, sempre. Per organizzare un festival del giornalismo si devono seguire le stesse tracce di chi fa questo mestiere. Le stesse regole deontologiche, lo stesso spirito di servizio. Autonomia verso il potere e rispetto per i lettori. Se questa vicenda spiacevole si risolve oggi così, in questo modo, tanto meglio, se no vuol dire che abbiamo perso tempo anche quando tutto ci sembrava così bello e non pensavamo affatto di partecipare semplicemente a uno spettacolo, ma a qualcosa di più e di diverso. E' verso questo traguardo che il filo di Arianna dovrebbe riportarci. 

renzo.massarelli@alice.it

 

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