La polizia in centro

27 luglio 2013

27.07.2013 - 12:11

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Con l’apertura di un presidio stabile di polizia in pieno centro facciamo un bel passo in avanti sul tema della sicurezza, anzi, almeno due, ma ne facciamo anche uno indietro. Perugia non ha mai avuto bisogno di una presenza di questo tipo, se ci siamo arrivati vuol dire che il limite dell'emergenza è stato superato e che abbiamo messo sul tavolo l'ultima carta che ci è rimasta perché tutte le altre, evidentemente, sono state bruciate dietro programmi velleitari e lacunosi.
Comunque, è inutile guardare indietro. Adesso abbiamo questo presidio fisso di polizia in un angolo di piazza Danti, nel crocevia più caldo delle notti perugine e non possiamo non augurarci che funzioni. Senza illusioni, però, e senza buttare sulle spalle di pochi agenti il peso del controllo di un territorio complicato come un labirinto e sconosciuto, talvolta, come un paese straniero. Del resto, se questo ufficio chiuderà quando tutto ancora deve accendersi tra i vicoli dei mille traffici notturni, le capacità operative dei corpi di pubblica sicurezza dovranno necessariamente poggiare su altre forze, su altri avamposti mobili. Vedremo.
Cosa abbiamo guadagnato e a cosa abbiamo rinunciato con questa operazione? La presenza di un ufficio di polizia ci rassicura, abbiamo qualcuno al quale parlare. Per il resto, questa iniziativa ha, se non altro, un valore simbolico importante. Dice a chi deve intendere che lo Stato è presente.
Dunque, non abbiamo rinunciato a nulla in particolare, se non, forse, alla speranza di vivere in una città dove il peso delle autonomie locali, della società civile, dai residenti agli esercenti ai professionisti, ai giovani e agli studenti, sia il centro di un modello di convivenza e di protagonismo capace di riaffermare la forza dei propri diritti e dei propri doveri. L'importante allora è che non vinca il senso della rinuncia e della delega. Adesso ci pensino loro. Del resto, questo è quello che abbiamo detto e pensato per troppo tempo. Ci pensi qualcun altro.
Questo gioco allo scaricabarile è stato in tutti questi anni assolutamente nefasto. Così è stato nelle istituzioni e così, in qualche modo, è stato anche tra le forze sociali della città. Mai nessuno si è chiesto perché siamo arrivati a questo punto. Abbiamo costruito attorno a noi per troppo tempo una illusoria opera di rimozione collettiva, nella certezza che bastasse la caccia all'untore abbiamo guardato come unico nemico le ombre sinistre degli spacciatori senza chiederci chi mai potessero essere i loro clienti e da dove venisse questa forza formidabile capace di mettere in campo un supermercato così nefasto e così attraente per così tante persone.
Quale irresistibile potere avesse conquistato, senza che ce ne rendessimo conto, il dominio delle nostre città. Ora ci dicono che siamo prigionieri di numeri sin troppo eloquenti, che le statistiche ci condannano senza alcuna attenuante. In realtà, non ci vuole molto a fare un po' di conti e a dover ammettere che siamo da tempo la regione dove si muore più che altrove di eroina.
Lo sapevamo, senza per questo aspettare i risultati delle analisi delle acque reflue, quelle che raccontano i nostri vizi privati. Ma le statistiche non ci possono bastare. Dovremmo cercare di capire le ragioni di questo fenomeno che fa cadere a pezzi l'immagine di una regione tranquilla e sommamente vivibile. Non illudiamoci, Perugia resta pur sempre la capitale del mercato e il suo simbolo realizzato, ma il fenomeno a Terni è ancora più vecchio e risale alla crisi di una società vissuta per cento anni attorno alle certezze e ai valori dell'industria e che alla fine degli anni ottanta ha iniziato a liquefarsi come i rottami di ferro nei forni elettrici del reparto Martin.
Il nostro è stato un modello di società, un po' fermo ma solido, più legato a valori tradizionali che poi, però, non hanno retto di fronte al linguaggio della nostra contemporaneità, alla rivoluzione violenta della società dei consumi e della ricerca del benessere individuale e talvolta solitario.
L'Umbria, che ha percorso per lungo tempo una propria strada non si è accorta di una tempesta che stava cambiando equilibri secolari e interrotto la capacità di comunicazione tra le generazioni. Il trauma ha prodotto strappi violenti nelle città ma anche nei piccoli paesi e la droga è stato come uno sciroppo che si prende al cambio di stagione nella speranza che la tosse si calmi. Ora, non prendiamocela con i poliziotti di Piazza Danti se qualche volta allargheranno le braccia di fronte alla nostre domande così complicate.

Renzo Massarelli
renzo.massarelli@alice.it

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