In cerca di un equilibrio nuovo

3 marzo 2013

03.03.2013 - 15:15

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Dicono che da oggi siamo tutti un po’ diversi, può darsi, ma se guardiamo la cartina dell’Italia politica troviamo, paradossalmente, nonostante il maremoto grillino, più o meno, gli stessi colori di sempre al nord, al centro, al sud. Sono cambiati i partiti, si capisce, la loro identità, persino il loro linguaggio, ma c’è sempre, incancellabile, il peso della storia e il profumo di orientamenti culturali più profondi.
Un’Italia sostanzialmente conservativa con la solita striscia al centro che, per convinzione o pigrizia, si continua a rappresentare con il colore rosso. Non siamo più fermi alle tre tradizionali regioni rosse, c’è qualcosa di più e nello stesso tempo qualcosa di meno, rispetto almeno alle aspettative. Il terremoto elettorale ha impedito la vittoria della sinistra ma non ha ancora prodotto un equilibrio nuovo.
Anche le tre regioni amministrate da sempre dalla sinistra, quelle storiche, per dire, non riescono a sfuggire al sospetto che il partito dei gattopardi, quel voler cambiare tutto a parole per non cambiar mai nulla nei fatti concreti, sia diffuso ormai un po’ ovunque, al nord, al sud e anche al centro. La stessa Italia di mezzo resta senza un progetto e un'idea di sé. Non abbiamo, in realtà, più modelli territoriali ai quali ispirarci e far riferimento.
L'Emilia dello stato sociale e dei servizi pubblici efficienti? Il nord produttivo e culla della modernità? Neanche la competizione tra due punti alternativi di riferimento culturali, prima ancora che economici, sembra avere più senso. La crisi e la recessione come malattia endemica hanno spezzato troppe speranze di futuro. E’ così che anche il modello umbro non lo è più neanche per noi stessi mentre aspettiamo che qualcuno sia capace di immaginarne un altro. Anche per questo gli amministratori che si susseguono ad ogni elezione ci sembrano, più o meno, tutti uguali.
Avevamo sperato che la classe dei quarantenni, soprattutto a Perugia dove il salto generazionale è stato più netto, al Comune, alla Provincia e alla stessa Regione, fosse stata capace di aprire un fase nuova. Rischiamo seriamente di vederla scomparire dietro l’ombra di quella vecchia. Il cambiamento, se c’è stato, non è sembrato sufficiente agli elettori che continuano a percepire come vecchia e superata la classe politica umbra, non tanto le singole persone quanto il blocco di potere che si è costituito in tanti anni di supremazia.
Le ultime elezioni ci hanno detto, forse per la prima volta, che questa è una regione politicamente contendibile, cioè destinata non per volere divino ad esser governata sempre dalle stesse persone e dagli stessi partiti.
Alle prossime elezioni locali basterà una lista civica costruita con sapienza, per non dire dell’onda crescente del Movimento a cinque stelle, a rendere concreta la possibilità di un’alternativa in quasi tutti i comuni dell’Umbria. La ruota della metafora bersaniana potrebbe davvero girare, ma al contrario.
Dopo i risultati di lunedì assistiamo a troppi assordanti silenzi e a parole dettate dall’orgoglio ferito da dati elettorali impietosi.
A destra e a sinistra. Che classe dirigente è mai questa se non è capace di riflettere sui nostri problemi e dirci quale strada dovremo percorrere nei prossimi anni? In realtà non sono stati in grado di dirci, sino ad ora, nemmeno se la vivace assessora all'urbanistica del comune di Perugia debba lasciare la poltrona dopo essere stata eletta al Senato della Repubblica. Queste elezioni ci hanno anche detto che il tema dei costi della politica, lo spreco dell'inefficienza degli apparati pubblici, gli stipendi dei dirigenti delle amministrazioni locali, dei manager della sanità, persino il loro potere discrezionale così poco permeabile ai controllo popolare, che tutte queste cose, insomma, debbano essere oggetto di una qualche severa considerazione. Che in Umbria si sia aperta una fase dove sarà sempre più difficile contare sulle rendite del passato è un fatto fortemente positivo.
La sinistra e i suoi dirigenti, i quadri politici, l’esercito degli amministratori hanno consumato il tesoretto di partito, quello elettorale ed anche quello più immateriale fatto di fiducia e di rispetto popolare, la loro, insomma, antica egemonia è svaporata dietro troppo poltrone incapaci di produrre crescita, innovazione, protezione dell’ambiente, migliore qualità della vita. Quindi, lascino perdere gli organigrammi e le carriere programmate dalla culla. Si muovano, se ne sono capaci.

Renzo Massarelli

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