La piazza del cardinal Grimani

12 gennaio 2013

12.01.2013 - 13:57

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E’ la piazza della tramontana nella città della tramontana. Fa freddo in questo crocevia di stradine nascosto tra il palazzo dell’università per stranieri, l’Arco etrusco, le mura della fortezza di Porta Sole e le casette che scivolano in basso, verso il fosso del Bulagaio. Piazza per caso o per necessità, costruita per colmare un fosso che ostacolava l’accesso a Porta Sant’Angelo. Ma così è un po’ tutta la città, compreso corso Vannucci. C’è sempre l’asperità di un dirupo da vincere, raccordarsi a qualche altra cosa per tenere alla fine tutto in piedi. La chiamano ancora piazza Grimana nonostante Marino Grimani sia stato un cardinale ai tempi della guerra del sale, ma fu lui, l’eminenza, a darle una prima dimensione urbana. Quella che vediamo oggi non è ancora una piazza perché dopo la demolizione nel Novecento di alcune case poste un po’ a caso dentro il suo perimetro non si è stati capaci, dopo l’ultima guerra, di immaginarla come un luogo degno della magnificenza perugina. Al posto delle case demolite, come è noto, è stato costruito un giardino e uno spazio per giocare a palla. A guardarla bene, ancora oggi, piazza Grimana sembra un vecchio giardinetto di periferia o un angolo di un qualche oratorio salesiano. Poi, basta girare le spalle e accorgersi che in alto c’è uno strano monumento, una grande porta che nasce sulle mura etrusche e si chiude con un arco romano e poi, ancora più in alto, una straordinaria loggetta rinascimentale. Lì, sull’arco etrusco si è combinata una delle più grandi contaminazioni della storia dell’arte. Poi, accanto, l’università per stranieri, un palazzo del Settecento. Lasciamo stare la fontana e la chiesa di San Fortunato ma, insomma, facendo muovere la testa di appena novanta gradi, in questo slargo informe possiamo vedere il modo di costruire, diciamo il linguaggio dell’architettura, dal tempo degli etruschi a quello classico, rinascimentale e neo classico. E’ vero che siamo in Italia, ma qualsiasi amministrazione comunale si porrebbe questa domanda: possiamo lasciare questo luogo abbandonato in mezzo al fumo delle auto quasi si trattasse di una rotonda di periferia? Sembra incredibile, ma sono quasi settanta anni che è finita la guerra. Quante amministrazioni hanno svernato nei corridoi dei passi perduti di Palazzo dei Priori? Tra l’altro, ci troviamo nel centro della zona universitaria, un po’di rispetto per il luogo si imporrebbe e forse anche un po’ di silenzio. Niente, ma a Perugia capita perché la sua struttura collinare è fatta di tante strettoie. Il traffico privato, per dire, non si può chiudere neanche nella piazza monumentale della città, se no come si arriva a Porta Sole? Anche piazza Grimana è a suo modo una strettoia, da lì si deve necessariamente passare per andare da una parte all’altra della città per finire in quell’imbuto che è via Fabbretti. Questo è almeno il pensiero dominante di coloro che pensano che prima deve venire l’auto e poi la città. Così pesanti autobus continuano tranquillamente a correre a pochi metri dall’Arco etrusco mentre si indaga ancora sulle ragioni dei suoi problemi statici in vista del restauro finanziato da Brunello Cucinelli. C’è un’altra scuola di pensiero, o forse è la stessa, che sostiene che in un centro storico si possano, con una qualche cautela, operare dei cambiamenti strutturali. La tesi è difficilmente difendibile ma lo stato di piazza Grimana non suscita particolari desideri di conservazione. Tutto è talmente triste e sciatto da pensare che peggio di così non si potrebbe. Dunque, val la pena di pensarci. E’ da tempo che associazioni, singole personalità perugine e persino due consiglieri comunali di maggioranza e opposizione propongono di discutere di questo problema. Di fronte all’attenzione che sta crescendo, colpisce il silenzio dei due rettori e dei tanti accademici sempre così impegnati nelle loro dispute di potere. La piazza che da tempo porta il nome di un condottiero e signore della città non è seconda a nessun’altra, se non alle due monumentali dell’acropoli. Intervenire su piazza Fortebraccio vuol dire ripensare la zona universitaria mettendo in campo un’opera di manutenzione che è l’unico modo di conservare la città antica e le sue straordinarie eccellenze.

Renzo Massarelli
renzo.massarelli@alice.it

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