Il patto d'acciaio

13 ottobre 2012

13.10.2012 - 14:10

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La storia ci insegna che è sempre rischioso sottoscrivere patti con i tedeschi ma, certo, anche i finlandesi non scherzano. E' così che Terni finisce nella morsa costruita attorno ad un triangolo micidiale dove si giocano oscure partite tra una multinazionale tedesca, una finlandese e una commissione europea che candidamente deve decidere se proprio qui, in Umbria, si stia intaccando il sacro principio della concorrenza. E' come pretendere di imporre formali regole di buona condotta in un campo di battaglia dove si affrontano barbari invasori e truppe mercenarie per la conquista di nuovi feudi e future egemonie. E' difficile prevedere come finirà questa partita e se Terni, ancora una volta, finirà col diventare una preda appetitosa perché così ricca di tecnologia e di capacità industriali tra le più moderne e affascinanti, come quelle torri colorate che hanno sostituito nell'orizzonte della città le vecchie ciminiere e rovesciato le regole delle officine che lavorano in orizzontale e non in verticale, come nel trattamento dell'acciaio inossidabile, lucido come uno specchio e nobile come l'argento, su e giù, dalla terra verso il cielo e viceversa. Di sicuro questa paradossale vicenda ternana pone al centro dei nostri occhi le mille contraddizioni dell'Europa che credevamo nuova e unita e non fredda e crudele come ci trovassimo nell'alto medioevo. Per questo il titolo apparso l'altro ieri su Il sole 24 ore appare inconsapevolmente comico: "L'acciaieria di Terni va sul mercato". Chissà di quale mercato parlano.
Questa vicenda non è proprio edificante se nell'Unione dalle mille regole due multinazionali si scambiano le membra dolenti e indifese delle acciaierie ternane per scoprire, dopo i dubbi, solo dubbi, per ora, della commissione europea sulla concorrenza, che questo scambio non sarebbe troppo virtuoso perché i finlandesi che comprano dai tedeschi uno dei gioielli della siderurgia europea potrebbero accumulare troppe quote di mercato o chissà che cosa. Siamo spiacenti, ci dicono ora i nuovi padroni, la preda è troppo pesante e non è colpa nostra se non ci resterà che smembrarla e collocarla altrove, comunque lontano da Terni. A questo punto le narrazioni delle grandi multinazionali che controllano le industrie di mezzo mondo non sembrano molto diverse da quelle della grande finanza che non produce beni materiali ma che si comporta seguendo la stessa filosofia della rapina medievale.
E questo è il grande corto circuito nel quale si trovano prigionieri gli attori veri dello sviluppo, i tecnici, gli ingegneri, gli operai e i manovali della nostra industria manifatturiera. Chi è nato a Terni sa cosa vuol dire abitare vicino al rumore dei forni, convivere con il suono delle sirene, guardare ogni giorno dalle finestre il fumo lento delle ciminiere, avvertire ancora assonnati il tramestare discreto del proprio genitore mentre indossa la tuta, al buio, poco dopo le cinque di mattina. Ci sono ancora incisi sulla pelle di tante generazioni, nella memoria collettiva più lunga e indimenticabile di un secolo, i sacrifici, le sofferenze, le malattie, gli infortuni, le morti bianche, lo sforzo e la corsa testarda di una comunità cresciuta sommando tanti dialetti diversi e per questo ancor più solidale e vicina a se stessa. Forse questa storia non è molto diversa da quella di tante città tedesche, inglesi, finlandesi o svedesi. L'Europa moderna è nata anche qui, sotto le ciminiere della civiltà del lavoro che parla la stessa lingua da molto tempo, prima che si facesse l'Europa di Bruxelles e dei suoi burocrati.
I nostri ministri ci dicono spesso, non sempre in buona fede, che alcune cose si devono fare "perché ce lo chiede l'Europa". Beh, qualche volta facciamo qualcosa perché ce lo chiede semplicemente il buon senso. La partita di Terni è una grande questione nazionale e per più di un motivo, allora sarebbe molto importante se il nostro capo del governo Mario Monti, lasciasse perdere i suoi ministri così poco in confidenza con la durezza arcigna delle fabbriche siderurgiche e tornasse in quella stessa commissione europea nella quale si può muovere come fosse a casa per spiegare che il peccato peggiore che si può fare contro le regole della concorrenza è depredare i tesori frutto dell'intelligenza, della cultura e della creatività degli altri. L'Italia ne ha memoria antichissima.

Renzo Massarelli

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