Quando ci sono troppe patrie

29 settembre 2012

29.09.2012 - 12:49

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Quando arrivò la regione, nel 1970, l'accogliemmo tutti con grande speranza. L’Umbria non sarebbe rimasta una semplice espressione geografica ma, come l’avevamo vista sulla cartina a colori dell’Italia, appesa sul muro della nostra classe alle elementari un tassello non marginale di quel mosaico, una realtà politica, una istituzione capace di fare le leggi e, quindi, di progettare le strade del proprio futuro. In quel mese di giugno di tanti anni fa ci sentimmo non solo più liberi, come aveva già detto Pietro Nenni, esagerando un po', dopo la nascita del primo centro sinistra, ma più italiani. A quel tempo eravamo dei cittadini, cioè figli di una città e della civiltà dei comuni e poi abitanti di una provincia, istituzione nata un secolo prima, ma che definiva con più chiarezza agli occhi altrui la nostra identità. La città di nascita ci dava il nome, la provincia il cognome. La regione però era un'altra cosa, il suo nome non lo si doveva scrivere nella carta d'identità, non era un dato anagrafico, ma la nostra scommessa politica, la misura della nostra capacità di autonomia e di governo. In più stavamo in una regione "rossa" in quell'Italia dove la sinistra era semplicemente l'opposizione. C'era da dimostrare, insieme all'Emilia e alla Toscana, non solo di essere capaci di fare le leggi ma di sapersi misurare con i problemi dello Stato e di saper andare oltre la protesta e la propaganda. Saper governare e, possibilmente, cambiare. A quel tempo si parlava di "Regione aperta", cioè di nuove frontiere della partecipazione popolare e, quindi, di una democrazia effettiva e non solo formale. Fu così che nacquero anche i consigli di quartiere e poi le circoscrizioni mentre a Perugia si costruivano in tutta fretta i cosiddetti Cva, i centri di vita associata. C'è stato un tempo in cui abbiamo avuto un sacco di patrie. Troppe? Forse, perché nelle famiglie così grandi non si capiscono più le  gerarchie. A metà degli anni novanta si cominciò a parlare di "Regione leggera", uno slogan che ci diceva che la vecchia regione si era appesantita un po' troppo. Insomma, che non era cresciuta così tanto la partecipazione, quanto piuttosto l'apparato burocratico, la proliferazione dei centri di potere, la spesa pubblica improduttiva. I nostri problemi, forse, nascono proprio da lì, dal non aver avviato una profonda riforma del sistema politico e amministrativo in quel momento cruciale della storia d'Italia. Ora è tutto più difficile. Un po' alla volta abbiamo cominciato ad avvertire un disincanto verso le istituzioni che ci governano. Non è solo il problema dei costi della politica, è che non riusciamo più a capire l'utilità di tante poltrone se poi ci ritroviamo al centro di una crisi così pesante. Intanto abbiamo perso per strada le circoscrizioni e l'idea di un autogoverno dal basso, poi siamo arrivati alle province. Se ne può fare a meno? ci mancherebbe, certo che si. Poi è stata la volta delle regioni. Ma come, parlavamo delle province e non ci siamo accorti degli scandali delle regioni, dalla Lombardia, al Lazio, alla Calabria e della crisi di tutto un sistema? E l'Europa dei tecnocrati e dello spread? Alla fine, ci restano i comuni, che non si possono abolire perché sono il posto dove siamo nati. Per il resto, di tutte queste patrie ci siamo un po' stancati mentre, però, la politica è diventata nel frattempo ostaggio del cosiddetto mercato, della finanza e dei consigli di amministrazione di società che neanche conosciamo. C'è chi pensa che ormai le democrazie siano ingovernabili. Il governo dei tecnici è figlio di questa idea. Noi, in realtà, credevamo in una regione aperta e guardavamo alle piccole e alle grandi istituzioni che dovevano rappresentarci e parlarci del futuro. Ora dobbiamo evitare il rischio di tornare ad essere la piccola espressione geografica di una volta, esser capaci di parlare ancora all'Italia con il linguaggio delle nostre virtù, riportare l'Europa della cultura e della civiltà del lavoro nella vita delle famiglie e di così tanti giovani sempre più soli e con le speranze sepolte irrimediabilmente nel cassetto.

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