Bulimia da superstore

8 settembre 2012

10.09.2012 - 09:04

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Da quando la consulta dei commercianti del centro è diventata l'interlocutore privilegiato di Palazzo dei Priori, a Perugia non si parla d'altro che di negozi di superfici di vendita, categorie merceologiche. Tutto si fa sulla misura delle istanze e delle convenienze dei maggiorenti delle associazioni di questa nobile arte, il commercio, che continuano a conquistare sempre più potere e influenza. Certo che la decisione della Giunta comunale di favorire le grandi superfici e l'inflazionato abbigliamento persino in Corso Vannucci è sorprendente. Si vede che il tempo passa. Il fatto che il centro del centro fosse ridotto ormai da tempo a una sola dimensione e che questa dimensione, l'abbigliamento, avesse fatto il suo tempo sembrava ormai quasi un luogo comune, invece no, si fa una vistosa inversione di marcia. Avanti ancora con i grandi marchi e con le giacche, le gonne, i maglioni. In tempi di crisi c'è evidentemente chi guarda al futuro con spericolato ottimismo.
Difficile giudicare le scelte dei grandi strateghi del marketing, dal loro punto di vista tutto può avere un senso ed anche questa idea di trasformare la parte storica della città in un supermercato diffuso può dimostrarsi redditizia. Per loro, si capisce.
Più facile invece immaginare il destino dei piccoli e medi esercizi e ancor di più cosa diventerà Corso Vannucci tra qualche anno. E' vero che già oggi la nobile via della città non gode di buona salute. A parte alcune eccezioni, la banalità e il gusto di massa hanno colonizzato gran parte delle vetrine. D'estate il corso è una spaghetteria all'aperto, d'inverno un deserto animato da qualche ambulante. Con la proposta del comune definita "bozza preconsiliare" si getta la spugna su molti obiettivi del passato, compresi quelli di far rivivere i cinema chiusi, ripensare il mercato coperto come spazio a maggioritaria vocazione culturale, utilizzare i palazzi del demanio per riportare in centro il lavoro, attività amministrative e direzionali e magari del terziario avanzato. Niente, la bulimia da superstore vince e dilaga nei palazzi del centro seguendo esattamente gli stessi appetiti che hanno divorato i nuovi spazi urbani nell'infinita periferia perugina. In pratica, è come se le tipologie commerciali previste per il mercato coperto siano state trasferite e spalmate altrove e che il modello sia rimasto quello solito, il modello del centro commerciale che si mangia l'acropoli dopo aver soffocato le sue diversità economiche e sociali.
Ai Tre archi, nel mezzo di Corso Cavour, si parla da qualche tempo della volontà di un noto marchio di generi alimentari di aprire un nuovo negozio dalle dimensioni più che rispettabili. 650 metri, compresi servizi e magazzino. Problematico immaginare come possa inserirsi tra palazzi storici e ambienti vincolati una balena così. In Comune allargano le braccia. Non sono informati e poi non potrebbero opporsi. Non lo sanno i gestori che ora si preoccupano che c'è la liberalizzazione del commercio? A Corso Cavour i negozi di vicinato non solo sono sopravvissuti ma sono stati anche capaci di rinnovarsi ristabilendo un equilibrio virtuoso tra domanda e offerta, tra commercio e residenza. Dovrebbe essere questo il modello vincente dei vecchi quartieri perugini. Solo che i modelli in questa città che non progetta ma si fa progettare cambiano con il cambiare degli interessi privati. E' così che un terreno a vocazione agricola di pregio può diventare in poco tempo un enorme spazio commerciale. San Martino in Campo non è così lontano, da lì il campanile di San Pietro si vede benissimo, sino a quando, almeno, decideranno di non aumentare l'altezza dei nuovi palazzi di Ponte San Giovanni. E' così che tutto si tiene ma nulla si capisce di questa città dove commercio e edilizia restano il grande volano degli interessi. E poi parlano di modernità.

Renzo Massarelli

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