giovanni picuti

Nell'era degli auguri virtuali

22.12.2016 - 12:39

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Ora che non sono più di moda i biglietti d’auguri con la porporina colorata, trascorreremo le festività inviando auspici natalizi con il cellulare. Leggeremo sui social i buoni propositi misti ad incoraggiamenti del tipo: “la rabbia e l’orgoglio di un gruppo di ragazzi umbri convinti che il risultato del referendum avrebbe potuto cambiare l'Italia", Matteo. Oppure "Ci tocca ripartire dal Pd, segretario, perché fuori c’è il nulla”. Lo utilizzano tutti Twitter. Da Salvini alla Serracchiani, da Gasparri a Grillo. Vi si leggono persino le menate di quei giornalisti che - usciti dal dimenticatoio della carta stampata - sono rientrati per la finestra del web. Succedanei di Iddio, Cuperli autentici, Cuperli simulati, Renzo Mattei che fa il verso a Matteo Renzi. Non si sa più a chi dare credito. Archiviata la prima bistrattata Repubblica ci è capitata la iattura degli idioti da tastiera. I crampi alle dita mai? Una volta questa marmaglia non c’era. Ce lo vedete Giulio con l’iPhone in mano a sparlare di Enrico o Palmiro a sproloquiare su Alcide? Oggi i digitolesi si esprimono con un clic, come se gli italiani non gli avessero mandato a dire nulla il quattro dicembre. Una volta ad Evangelisti - che gli portava i giornali visibilmente rattristato per gli attacchi in prima pagina rivolti nei suoi confronti - Andreotti disse: “Franco non te preoccupà che a mezzo giorno quelli (riferendosi agli organi di stampa) so boni al massimo pe’ incartà il pesce”. Figuriamoci i tweet, inutili anche per quello. Com’è cambiato il mondo. Prima di mani pulite c’erano i democristiani che credevano in Dio e nel Presepe. Qualcuno diceva che erano un po’ ladri, ma alla fine non più di tanto. Perlomeno non erano disadatti e maneggiavano abilmente l'italiano, inteso come lingua. A Natale aspettavano la cometa e estirpavano il muschio dai boschi, ma in compenso non abboccavano alle scie chimiche e alle matite simpatiche per uso elettorale. Poi vennero i socialisti a fare la cresta sulle strenne, ma in cambio perculavano come pochi gli Americani, quando Juncker e la sua ancella erano ancora al liceo. A proposito di Yankee, i nostri paladini della guerra fredda e delle politiche espansionistiche che con una mano recavano doni e con l’altra si accaparravano basi strategiche: bisognerebbe che qualcuno ricordasse ai rottamatori cosa avvenne la notte di Sigonella, quando Bettino (di cui si può dire tutto, meno che non avesse le palle) alzò la voce facendo rispettare la nostra dignità a livello internazionale. Purtroppo l'alzò al punto che fu la fine per quel ribaldo, su cui facemmo ricadere tutti i mali della Prima Repubblica, lasciando il campo al gregge dei sedicenti salvatori della patria, che pascola beatamente nel presepe della Merkel. Poi c’erano i cattocomunisti, segreti adoratori del Bambino e, infine, i comunisti veri, sempre in ritardo sulla storia come i Re Magi. Quelli sì che erano bei tempi. Grillo non era riuscito a strappare uno stipendio da mamma Rai, figuriamoci i consensi da capopopolo. Ma soprattutto la politica non era sotto il checkup degli idioti da tastiera, quei populisti che scrivono di tutto in nome della gente e della società civile. Ingenui noi. Chi glielo spiega ai nostri ragazzi che prima dell’invenzione dei social media la politica era appannaggio di quanti avevano studiato alla Scuola delle Frattocchie del partito comunista italiano, detta anche “Scuola Centrale Quadri”, istituita per la formazione dei dirigenti centrali e federali. O di gente come Moro, Spadolini e Fanfani, senza scomodare Andreotti, svezzato nella sagrestia dei Gesuiti, quindi un vero esperto di presepi. Siparietto. Oggi delle statuine s’è perso il calco. Non le fanno più a San Gregorio Armeno o Caltagirone, ma sono di plastica puzzolente e provengono dalla Cina. La metafora natalizia vuole che anche degli statisti si sia perso lo stampo. Per governare bisognerebbe aver fatto un cursus honorum, senza il quale un calcio in culo e te ne torni a casa, sempre che si possegga un mestiere o una professione, il che non equivale a strappare stipendi alle partecipate solo per accendere orribili alberi di Natale nelle piazze dei paesi. Ma di questo se ne riparla prima delle elezioni, se mai si terranno. Intanto vogliamoci bene e auguri a Totti. Mannaggia al T9.
Post scriptum. Con l’occasione segnaliamo il maestoso albero di Natale dei Frati Minori che fa ombra alla Basilica Inferiore di San Francesco di Assisi, con le sue tredicimila luci in gloria al Poverello che ne allestì uno uguale a Greccio. O no? Beata umbritudine, umbra beatitudine.

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