"Il giudice non deve esprimersi sulla scelta della donna di abortire"

"Il giudice non deve esprimersi sulla scelta della donna di abortire"

La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni sulla questione di illegittimità della legge 194. La vicenda sollevata dal tribunale di Spoleto

03.02.2013 - 16:13

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Il giudice tutelare del tribunale di Spoleto che aveva sollevato questione di costituzionalità nell'ambito di una vicenda che coinvolge una minore intenzionata a interrompere la gravidanza senza informare i genitori, non era "chiamato a decidere, o a codecidere, sull'interruzione della gravidanza", che spetta solo "alla responsabilità della donna". Con queste motivazioni, depositate ieri, la Corte costituzionale ha dichiarato lo scorso 20 giugno manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4 della legge 194 sull'aborto, sottolineando che la legge assegna al giudice il ruolo di "verifica in ordine all'esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale". L'articolo 4 rappresenta il nocciolo della legge: qui si stabilisce, infatti, che per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, "la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento,o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito" può "rivolgersi a un consultorio". Secondo la Consulta il giudice non è chiamato ad esprimersi sulle scelte della donna. Il magistrato può intervenire "nella sola generica sfera della capacità (o incapacità) del soggetto". Anche nell'ordinanza 126 del 2012, prosegue la Consulta, si é affermato che "sia attribuito a tale giudice, in tutti i casi in cui l'assenso dei genitori o degli esercenti la tutela non sia o non possa essere espressa, il compito di 'autorizzare a decidere', un compito che non può configurarsi come potestà co-decisionale, la decisione essendo rimessa soltanto alla responsabilità della donna". Dunque, "il provvedimento del giudice tutelare risponde ad una funzione di verifica in ordine all'esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena liberta morale".

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