E il giovane Montalbano “sdoganò” Michele Riondino

E il giovane Montalbano “sdoganò” Michele Riondino

Ora i circuiti che contano lo chiamano. L'emozione del debutto alla regia con "Il segreto dell'acqua" tratto da un testo di Alessandra Mortelliti

13.07.2012 - 17:29

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di Anna Lia Sabelli Fioretti

"Quanto tempo avete perso!". Michele Riondino debutta al Festival dei Due Mondi ma non crede di essere un "miracolato" o un "privilegiato" perché, spiega,"ho inseguito gli operatori, gli addetti ai lavori e i critici per una vita cercando in ogni modo la loro attenzione. Il Festival di Spoleto è sicuramente una buona chance per me ma è anche un'ottima occasione per poter finalmente dire: 'quanto tempo avete perso!' Faccio teatro da 14 anni, con la mia compagnia ho realizzato tanti spettacoli ma nessuno ci ha mai dato credito. Questo perché, a quanto pare, festival e circuiti tradizionali per offrirti una possibilità devi aver fatto prima 'Il giovane Montalbano'".
Coraggioso il ragazzo! E senza peli sulla lingua. Tarantino di nascita e siciliano per i suoi più famosi alter ego artistici (il Blasco de "Il segreto dell'acqua" e la serie sulla giovinezza del celebre commissario creato da Camilleri) Riondino ama follemente il teatro e per poterlo fare è costretto a girare film e fiction tv (Fortapasc, Qualche nuvola, Marpiccolo, Noi credevamo Henry, Acciaio, Distretto di Polizia, La freccia nera). E, a suo avviso, è stato tutto questo suo lavorare sui set ad averlo portato, finalmente, a Spoleto dove oggi e domani metterà in scena "La vertigine del drago" di Alessandra Mortelliti, nipote di Camilleri (Auditorium della Stella, ore 21) nel doppio ruolodi interprete e regista.
Per la prima volta alla regia. Qual è stata la molla?
"E' una molla scattata da tempo. Gli ultimi spettacoli fatti erano regie collettive di progetti che abbiamo cominciato a seguire con amici e colleghi, portati avanti per 5 anni e poi diventati spettacoli. A differenza di quelli La vertigine del drago è un progetto nato da un testo che non ho contribuito a scrivere e quindi è scattato l'interesse verso una modalità nuova di curare la regia di uno spettacolo. L'incontro con Alessandra à stata la molla".
Che difficoltà ha trovato nel passare dall'essere diretto a dirigere se stesso?
"Sono sempre stato dell'idea che un regista non dove fare mai l'attore. Come vede mi sono contraddetto da solo. La magia, come sempre, è scattata in sala prove. Provando con Alessandra il testosi è trasformato in uno spettacolo vero e proprio, siamo noi stati i primi a stupirci di come fosse plasmabile".
Il contenuto di questa piece è molto forte. E' lo scontro tra due opposti, un naziskin, fautore della pura razza ariana che si confronta con una zingara, zoppa ed epilettica, una creatura piena di difetti. Si arriva ad una conciliazione finale?
"I due non mirano alla convivenza. Questo lavoro è proprio sugli stereotipi, sull'idea che la società ha del naziskin e della zingara. Loro hanno in comune una cosa sola molto forte, l'anima dello spettacolo: sono entrambi componenti di due branchi diversi che li emarginano. Ci si sente forti quando si è ingruppo, il lorodrammaè che vengono esclusi".
Perché vengono esclusi?
"Questa è la sorpresa dello spettacolo. E proprio perché esclusi si ritrovanonella stessa stanza apassare del tempo insieme".
Tra lei e Camilleri c'è amicizia, stima o deferenza?
"C'è sicuramente stima da parte mia e forse anche da parte sua. E' stato molto contento di come abbiamo lavorato sui personaggi. Ci sarebbe anche dell'amicizia se io non fossi così timido nei suoi confronti".

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