E' morto il "Bambi" dei Sibillini

E' morto il "Bambi" dei Sibillini

Il giovane capriolo era stato trovato ferito ai margini della strada in località San Pellegrino, tra Castelluccio e Norcia. Per salvarlo si erano mobilitati cittadini, professionisti e forze dell'ordine

10.07.2012 - 19:27

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di Elio Clero Bertoldi

 “Bambi” è morto. Il giovane capriolo, trovato ferito ai margini della strada in località San Pellegrino, tra Castelluccio e Norcia, nonostante la mobilitazione e la sensibilità di cittadini privati, di professionisti e delle forze dell'ordine, è spirato. Gli esami hanno evidenziato che presentava un brutto versamento interno che, alla fine, ha causato il decesso dell'animale selvatico (che abbiamo chiamato Bambi in ricordo del toccante film della Disney del dopoguerra). E tuttavia questa vicenda mette in luce un aspetto e che cioè  servirebbe una maggiore sinergia tra tutte le istituzioni che operano, nel settore, in Umbria.

Andiamo con ordine. Sabato 30 giugno, intorno alle 23, un automobilista perugino, il signor M., dipendente statale e una coppia di giovani ternani in moto (due fidanzatini), che stavano scendendo verso Norcia, hanno notato l'animale a terra, si sono fermati e hanno cercato di soccorrerlo. Una chiamata, per avvertire della presenza dell'animale ferito da soccorrere, al 112, che ha indirizzato, per competenza, il cittadino a rivolgersi alla Forestale che, a sua volta, ha invitato ad allertare la polizia provinciale. Primo problema: chi trasporta l'animale? Mezzi idonei non erano disponibili. Telefonate concitate. Per cui alla fine, con l'autorizzazione della Forestale, è stato lo stesso signor M. a caricare,con l'aiuto dei fidanzati motociclisti, il capriolo nel porta bagli ed a portarlo al veterinario di zona, a Norcia. Il veterinario ha visitato e curato l'animale con una flebo e una iniezione, proprio nel bagagliaio della vettura.

A quel punto si è posto il secondo problema: quello del ricovero. A Norcia la struttura non risultava idonea per il ricovero e la cura dell'animale, per cui si prospettava il trasferimento a San Venanzo, sul Monte Peglia (ad oltre 100 chilometri di distanza), unica struttura pubblica dedicata agli animali selvatici. Era notte, per di più tra il sabato e la domenica e il ricovero di San Venanzo risultava chiuso. Cosa fare? E' entrata in campo, ancora, la sensibilità dei cittadini: l'automobilista si è detto disponibile a portare a casa propria (sempre con l'autorizzazione della Forestale) il capriolo, pur di non farlo morire in strada. Così la notte il capriolo l'ha trascorsa, amorevolmente accudito, nella casa del signor M., nella Media Valle del Tevere. La domenica, di prima mattina,un veterinario di Marsciano, subito allertato, si è spostato (a sue spese), ha raggiunto l'abitazione dell'automobilista, ha caricato l'animale e lo ha portato nel suo studio privato per curarlo meglio, poi ne ha disposto il ricovero nel Centro Specializzato di San Venanzo.

Purtroppo tutti gli sforzi sono risultati vani: dopo 24 ore "Bambi" è morto. Questa la vicenda nella sua cronologia. Siccome negli ultimi giorni sono stati almeno tre i casi di caprioli, daini, cerbiatti trovati feriti in varie zone della regione, sarebbe bene - sia detto con spirito costruttivo e senza alcuna critica aprioristica - che fra tutte le istituzioni scattasse una sinergia piena, magari con il varo di un piano di soccorso per situazioni del genere. Magari anche facendo in modo di tenere aperto, più delle attuali 4 ore giornaliere, il Centro di San Venanzo o coinvolgendo, per esempio, la clinica veterinaria dell'Università di Perugia. E' vero che l'Italia attraversa un periodo di vacche magrissime, ma forse con un pizzico di buona volontà si potrebbero movimentare un minimo di risorse per affrontare problematiche di questo tipo. Non credete?

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