Enrico Rava

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ASSISI

Rava e Diodati in concerto, due generazioni diverse per una stessa idea di musica

30.01.2015 - 11:49

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Si potrebbe incorrere nell’errore di pensare a due generazioni a confronto. Ma il duo Enrico Rava (tromba) e Francesco Diodati (chitarra elettrica), al di là del fattore anagrafico condividono in toto la stessa idea di musica. Un’idea, appunto, oltre ogni dimensione temporale. Alle 21.30 di venerdì 30 gennaio Rava e Diodati in duo saranno al Piccolo Teatro degli Instabili di Assisi per un concerto su composizioni dello stesso trombettista. 
Lirismo ed elettronica, la tromba di Enrico Rava e la chitarra elettrica di Francesco Diodati, all’apparenza due mondi molto distanti…
“No - risponde Enrico Rava - direi che è molto normale. Basti pensare agli anni Settanta, magari non fosse stato fatto, sarei l’iniziatore”.
Quindi dobbiamo aspettarci un concerto sulla falsariga di una fusion?
“No, è la mia musica con una chitarra elettrica che usa anche suoni elettronici. Sono soprattutto brani miei. Un duo già rodato: con Diodati, del resto, abbiamo anche un quartetto”.
Cosa cambia dalla dimensione del combo a quella del duo?
“Certo, è diverso, bisogna fare altre cose. Non è che uno lo fa come se ci fosse una batteria e un contrabbasso. Si imposta tutto in un’altra maniera e si fa in modo che il duo non suoni come un quartetto dove basso e batteria si sono dimenticati di venire”.
Francesco Diodati rientra in una progettualità di attenzione ai giovani?
“La mia attenzione è rivolta soprattutto a chi ha la mia stessa visione della musica. Io ad esempio suono spesso con Dino Piana che ha 84 anni e che suona come uno di 18. Che ha una visione molto aperta della musica. Per aperta intendo conoscere la tradizione che parte all’inizio degli anni Venti e che arriva all’elettronica, passando per il Bebop, il free jazz, il funky”.
Rimane il fatto che lei è anche capo anche del New Quintet con Giovanni Guidi e Gianluca Petrella, altri due giovani…
“Soprattutto il mio gruppo più nuovo è quello con Diodati, Enrico Morello e Gabriele Evangelista. Questo è il quartetto con cui ho inciso il mio ultimo album una settimana fa per la Ecm. Poi c’è ancora in pista il quintetto. In generale sono musicisti molto più giovani di me, solo perché è più facile trovare giovani che hanno la stessa idea della musica che ho io. In generale i mie coetanei sono tutti cristallizzati sulla musica che facevano quando avevano trenta o quaranta anni. Ma ci sono dei vecchi che hanno la stessa passione, la stessa curiosità, la stessa visione mia con cui suono molto volentieri. Non sono insomma un talent scout”.
Renzo Arbore ritiene che il jazz italiano è secondo soltanto al jazz americano. E’ d’accordo?
“No, non sono d’accordo. In questo periodo noi abbiamo molti musicisti eccezionali. Ma ce ne sono dappertutto, in Francia o in Germania, ad esempio. Ultimamente sono andato a Verona ad ascoltare Bollani e il suo trio danese (Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund alla batteria, ndr). Fantastici. Ma ad esempio in Australia è pieno di musicisti bravissimi”.
Nei Paesi del Nord Europa, c’è un’intesa attività dei vari ministeri della cultura che supportano anche finanziariamente le varie scuole di jazz. Pensa che potrebbe essere un’ipotesi valida anche per l’Italia?
“Non lo so, non so esprimermi. Per esempio alcuni musicisti scandinavi mi sembrano dei funzionari ministeriali. Ne parlavo proprio con Manfred Eicher, il patron dell’Ecm. E’ difficile persino immaginarlo in Italia. E’ facile immaginare nei Paesi di sei, cinque, quattro milioni di abitanti con un Welfare pazzesco. Con Sessanta milioni la vedo un po’ più difficile”.

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