Angelini e Cortese, l'idea di cover è tutta un'altra musica

L'intervista

Angelini e Cortese, l'idea di cover è tutta un'altra musica

07.12.2017 - 13:09

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Nell'epoca delle tribute band che intasano le programmazioni di un locale su due esiste un altro modo di intendere le cover. Roberto Angelini e Pier Cortese qualche anno fa con le cover hanno pensato di farci un disco intero, ma mettendoci molto del proprio. Progetto e disco si chiamavano Discoverland, e nel 2016 è arrivato anche un seguito, intitolato Drugstore. "Discoverland può stare per terra delle scoperte, o distruzione dell'idea di cover", dice Angelini, che stasera, giovedì 7 dicembre, suonerà con Cortese al Rework per il primo appuntamento della rassegna Musica in Barrique. "Noi non volevamo replicare le canzoni originali, ma mescolare le carte, divertirci a rileggerle a modo nostro. Mettendo un assolo di chitarra che poi sarebbe il fischio di The Dock of the Bay in una Stayin' Alive in versione country, per esempio, o trasformando Bob Marley in un idolo di folle hawaiane. Questo concerto è una sorta di gioco surreale che coinvolge anche il pubblico, chiamato a scoprire tutti i nostri trucchi".
Per te il confronto continuo con altri artisti sembra indispensabile. In quasi vent'anni di carriera gli album di inediti si contano sulla punta delle dita, a fronte di lavori a più mani, dischi di cover, partecipazioni a progetti.
"È proprio così. Fare solo le mie cose non mi è mai bastato. Non sapere cosa mi succederà tra sei mesi mi stimola.
A quarantadue anni è perfetto: magari ci metto cinque anni per tirar fuori un disco, ma intanto suono la chitarra nel tour di Fabi, Gazzè e Silvestri, vado in tv con Zoro, collaboro con molti musicisti, anche giovani".
I più ti ricordano come quello di Gatto Matto, vera e propria hit dell'estate 2003. Un successo strepitoso, dopo il quale nella tua carriera è cambiato tutto: basta pop, basta major, e ritorno alle radici indie.
"Fu un passaggio brusco ma necessario. Ero giovane, l'etichetta mi propose di lavorare con un produttore molto in voga e io accettai, anche ingolosito dalla possibilità di avere successo.
E il successo l'ho assaggiato davvero. Bello, per carità, per un po' mi sono pure divertito. Ma ho capito presto che non era ciò che avevo sempre voluto fare. Così ho mollato quel mondo, ho aperto un'etichetta, uno studio, ho recuperato un concetto più artigianale della musica. Con Gatto Matto giravo per le discoteche, ero quasi un tronista. Oggi so di essere a posto con me stesso e con quello che faccio".
Tu sei cresciuto in una Roma fertile, dove la scuola dei Silvestri e dei Gazzè era già esplosa da un po'. Vent'anni più tardi come sta messa la scena musicale indipendente romana?
"Bene. Non sarò mai uno di quelli che dicono che non ci sono più i locali di una volta, che la musica è morta. Anzi. Lo so perché giro e perché da un paio d'anni faccio il direttore artistico di un club (il Lanificio, ndr): Roma sta vivendo un fervore anche superiore a quello degli anni Novanta. Spuntano in continuazione musicisti capaci in un nonnulla di attirare l'attenzione di un pubblico vastissimo: Coez, Thegiornalisti, Carl Brave x Franco 126, Calcutta con cui forse c'è stata la svolta vera e propria. Venivamo da dieci anni di talent, in cui la musica è eterodiretta, e di un indie spesso fine a se stesso. Ora questi musicisti vogliono parlare alla gente, e la gente è disposta a seguirli".

Giovanni Dozzini

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