Sergio Casagrande in bianco e nero

LAPIS

Terremoto: dalle macerie nasce un fiore ma non c'è la parola fine

01.10.2017 - 16:00

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Il 4 settembre 1997 la prima forte scossa. E i primi sfollati. A Colfiorito e Cupigliolo. Il timore che sia il preludio di qualcosa di più grave assale subito i folignati della montagna. Perché la terra fa sentire una voce cupa e agghiacciante. Come mai avvenuto prima. Ma nessuno - tranne quel benedettino che, a Perugia, studia i terremoti dalle cripte dell’abbazia di San Pietro - dà loro ascolto. Il 26 settembre i due colpi più potenti. Nella notte: alle 2.33; con il panico generale in tutta l’Umbria e nelle Marche. La fuga dalle case e il cuore in gola. E le prime due vittime: i coniugi Francesco e Maria Ricci. A Collecurti, provincia di Macerata. E al mattino: alle 11.40; con il crollo delle volte di Assisi e la morte di Bruno Brunacci, Claudio Bugiantella, Angelo Api, Zdzislaw Borowiec. Un centinaio i feriti e le persone colte da malore. Iniziano le notti più buie, trascorse - per il fatto di aver perso per sempre la casa, averla avuta danneggiata o anche solo per paura - in auto, in alloggi di fortuna, nei treni allestiti dalla Croce Rossa nelle stazioni. La corsa per mettere al sicuro i mobili e i ricordi più cari. E poi le roulotte e le tende. E ancora la paura che diventa terrore. Con i nervi a fior di pelle per il proseguire, incessante, delle scosse. E dei cupi boati sprigionati dalla terra. Il 14 ottobre 1997 il crollo del torrino di Foligno spezza le gambe anche alle ultime speranze. L’impossibilità di riacquistare tranquillità e serenità. E la prima consapevolezza che tutto sarebbe stato lungo. Forse, addirittura infinito. Come il terremoto, chiamato, ormai da tutti, “il mostro”. Anche il cigolìo e lo sbattere di una porta diventano seminatori di terrore. Il primo inverno trascorre, oltre che nell’angoscia, tra mille problemi. La lotta per avere un container, le casette di legno. Una stufa. Un qualcosa che somigli finalmente a una casa. Qualcosa che permetta di togliere la propria roba ancora ammassate nelle valige. Negli scatoloni. Nei garage e nei sottoscala. I primi aiuti economici danno l’illusione che si può finalmente vedere una luce nel tunnel. La busta pesante. I contributi per l’autonoma sistemazione. Perfino il pagamento del canone tv sospeso che si rivelerà, però, una beffa perché chi non ha fatto richiesta della sospensione dovrà pagare sanzioni salatissime. Le carte da compilare e le procedure burocratiche da affrontare sono tante. E si moltiplicano. Lievitano. E finiscono per stressare ancor più delle scosse. C’è da pensare alla ricostruzione. Leggera o pesante che sia, ci sono ancora più carte da compilare. Obblighi da seguire. Professionisti da rintracciare. E anche da pagare. Poi c’è chi può fare i lavori. E chi ancora non può farli. Perché c’è chi dice che ci vuole più tempo, che stavolta non sarà come le altre volte. Che la ricostruzione ci sarà. Ma sarà oculata, attenta. E soprattutto volta a garantire sicurezza anche in futuro. Visto che il terremoto, ormai è certo, fa parte della natura dei nostri luoghi. E, per questo, dobbiamo imparare a conviverci. Anche se è uno sgradito compagno, proteggendosi adeguatamente potrà almeno non rivelarsi più, forse, un nemico. La conferma arriva 19 anni dopo. Il 24 agosto e il 26 ottobre 2016 quando il mostro torna. E semina di nuovo terrore e vittime. Ma la morte, questa volta, non usa la sua falce in Umbria. Perché forse quello che è accaduto nel 1997 è davvero servito.


I vent’anni dal terremoto di Umbria e Marche, quello del ’97, sono tutti qui. Raccolti in una sintesi scritta, volutamente, per non lasciare fiato. Perché questo fu il sisma del 1997. Una vera catena di tribolazioni, piena di tensioni, angosce e problemi che tolsero il fiato.


Lo sa bene chi lo ha vissuto quel terremoto. Chi ne ha sofferto. E chi è riuscito, forse, a riprendersi.


I terremotati del 1997, nel 2017, non hanno nulla da ricordare. Hanno tutto bene impresso nella mente. E non hanno di certo voglia di cerimonie e celebrazioni. Mentre i giovani non hanno il desiderio di saperne di più. A loro bastano i racconti fatti finora da genitori e nonni.


Forse è per questo che la partecipazione agli eventi organizzati per il primo ventennale da quel sisma è stata davvero marginale.


Le sensazioni vissute, i segni lasciati. Sia quelli visibili che, quelli, invisibili. I problemi e i dolori. Tutti hanno travalicato ogni limite di sopportazione. Come in una guerra. Perché un terremoto è come una guerra. Alla fine c’è più voglia di dimenticare, che di ricordare. E poco interessa se dalle macerie è nato un fiore. L’importante è soltanto poter dire che il peggio è passato.


Di quel terremoto del ’97, anzi di quelle scosse del ’97 e del ’98, resta una statistica che ha quantificato in più di 11.000 i movimenti tellurici nell’arco di un anno e in più di 5 miliardi di euro i costi di un’opera ricostruzione in Umbria che i fatti dimostrano essere stata quantomeno efficace alla salvezza di vite umane. Ma restano pure un 3 per cento di edifici da ricostruire e un 1 per cento di sfollati che ancora non è potuto rientrare nelle proprie casa di un tempo. Numeri che, tra l’altro, andrebbero aggiunti a quelli di una statistica che ancora non c’è: quella di chi, pur avendo atteso e raggiunto la “buona ricostruzione”, è comunque ripiombato negli stessi problemi di vent’anni fa per colpa delle scosse del 2016. Tutti numeri che impediscono di mettere la parola fine.

Sergio Casagrande

sergio.casagrande@gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

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