Sergio Casagrande in bianco e nero

LAPIS

Perché non riusciamo a convivere con il terremoto

02.09.2017 - 12:00

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Mentre c’è ancora chi polemizza sulle valutazioni fatte dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) sull’entità del terremoto che ha squassato Ischia, è piombato il silenzio, dopo il clamore dei primi giorni, sul vero problema che ha nuovamente provocato vittime, in Italia, in occasione di un evento tellurico: l’incapacità della maggioranza degli edifici, presenti nelle aree del Paese a più alto rischio sismico, di resistere anche a una scossa di non eccezionale intensità.


Dal terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 (che si stima abbia falciato circa 120mila vite), la scienza - e in particolare la sismologia italiana - ha fatto passi da gigante proprio studiando le conseguenze dei principali terremoti italiani che, da allora, sono stati tantissimi. Gli annali della simicità nazionale ne contano una quarantina (per una media di quasi un terremoto grave ogni 2 anni e mezzo) che hanno provocato circa 40mila morti.


Anche se ancora non siamo in grado di prevedere un sisma (e forse non lo saremo mai), il progresso della scienza ha permesso di mettere a punto studi, piani e tecniche di difesa che sappiamo essere efficaci soprattutto in occasione di eventi tellurici che non travalicano i limiti dell’eccezionalità. Tecniche che, pur non riuscendo a impedire danni alle strutture, sono comunque capaci di salvare vite umane.


La dimostrazione si è avuta a Norcia, l’unica città, di quelle più colpite dalla recente crisi sismica del Centro Italia, a non contare vittime: merito di un’oculata ricostruzione e delle opere di consolidamento generale del patrimonio immobiliare eseguite dopo i terremoti del 1979 e del 1997-’98.


Ma Norcia è un’eccezione della quale non ci si può vantare. Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e ora Ischia testimoniano che l’Italia, quando la terra trema, è ancora indifesa. E lo è addirittura proprio in quelle zone che i terremoti del passato, remoto e recente, ci hanno palesato come i territori a maggior rischio.


Una realtà imperdonabile per un Paese che ha tutta la tecnologia necessaria e si considera tra i più sviluppati al mondo e che, invece di polemizzare sulle virgole da apporre alla magnitudo di un terremoto che dovrebbe far parte dell’“ordinarietà sismica” del suo territorio, dovrebbe vergognarsi di essere ancora incapace di proteggere i suoi cittadini e il suo patrimonio perfino di fronte a un movimento tellurico di media entità.


Ormai è chiaro che ci vuole un piano nazionale di consolidamento antisismico serio, organico e da condurre su vasta scala e che, oltre che agevolato, è necessario imporre, senza eccezioni.


Ovvio che per mettere in sicurezza l’intero Paese non basteranno pochi decenni. Ma, se non si comincia subito, il traguardo resterà sempre lontano. E l’Italia, intanto, di terremoti di entità paragonabile a quello di Ischia continuerà ad averne decine ogni anno, intervallati, di tanto in tanto, da botte anche molto più forti.

Sergio Casagrande
Twitter: @essecia

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