Sergio Casagrande in bianco e nero

LAPIS

Brexit: a rischiare siamo noi

01.04.2017 - 23:08

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La Brexit ha ingranato la marcia. E sarà inarrestabile. Il percorso durerà, al massimo, un paio di anni. Ma non è detto che non possa anche subire un’accelerazione. Comunque sia, il dado è tratto: la Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea. E se per i sudditi di Sua Maestà sarà una fortuna o la più grave iattura lo sapremo, tra qualche decennio, solo dalla storia. Come solo in futuro scopriremo se la Brexit avrà avuto conseguenze lievi o pesanti sull’Unione europea.

Di certo, però, c’è che, al momento, il rischio più grosso non lo corre il regno di Elisabetta II, tensioni interne alla madrepatria a parte (vedi i maldipancia di scozzesi e irlandesi).

La sterlina ondeggia, ma l’economia del Paese, tutto sommato, è in salute e ha prospettive di crescita.

Il commonwealth (che non a caso significa benessere comune), d’altronde, è come un tesoretto tenuto in cassaforte, sempre pronto a garantire utili e redditi. E l’addio ai Paesi uniti del continente non comporta neppure cambiamenti radicali negli stili e nei modi di vivere, a cominciare dalla guida a sinistra e dai segnali stradali che - nonostante le primordiali richieste dell’Europa - i britannici hanno sempre mantenuto inalterati rispetto al passato.

Neppure lo status di “extracomunitari” fa paura. Perché dentro l’Europa lo sono già, da sempre, anche popoli come quello degli svizzeri e abitanti di Paesi che, seppur piccoli e circondati, hanno mantenuto la loro indipendenza, come San Marino, Andorra, il Lichtenstein, il principato di Monaco e la Città del Vaticano. Nessuno di questi Stati ha mai avuto problemi di scambi commerciali e di movimento dei propri residenti con il resto dell’Europa. Né è accaduto viceversa. Basterà stipulare, quindi, i giusti accordi.

Il rischio più alto, invece, è tutto dei 27 Paesi di quell’Unione europea che rimane senza Regno Unito. Ed è un pericolo immediato: quello della disgregazione a catena. Perdere la Gran Bretagna, infatti, dimostra che uscire dalla Ue è possibile. E può anche essere relativamente facile.

La Brexit, per l’Unione, è già ora una iattura: perché matura nel momento più difficile della sua storia. Un momento che vede, uniti tutti insieme in un cocktail velenosissimo, ingredienti tossici come il dilagare dei nazionalismi, l’emergenza immigrazione, la paura del terrorismo, la crisi economica, il malcontento per l’austerità e l’incertezza di una possibile ripresa generale. Un cocktail che - lo rilevano i sondaggi - è guarnito anche da una ciliegina bagnata di cicuta: la più alta disistima dei cittadini nei confronti dell’istituzione europea da quando è nato il progetto comunitario. Solo per quanto riguarda l’Italia si è passati dal 73 per cento di fiducia di 20 anni fa al 34 di oggi (dati Demos per la Fondazione Unipolis).

Per il presidente della commissione Ue, Jean Claude Juncker, un giorno i britannici rimpiangeranno la scelta di aver abbandonato l’Unione europea. Ma - se l’Europa non si rende conto che non è più rinviabile la necessità di dare una nuova svolta alla sua congrega - è più facile che, presto, saremo tutti noi che ora ci illudiamo di essere rimasti uniti dentro un progetto comune a rimpiangere i bei tempi. Quelli di quando c’era l’Unione con ancora dentro la Gran Bretagna.

sergio.casagrande@gruppocorriere.it

Twitter: @essecia

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