Sergio Casagrande in bianco e nero

Lapis

Noi, zombie dello smartphone

25.02.2017 - 12:53

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La notizia arrivata questi giorni dall'Olanda dove, nella cittadina di Bodengrave, è stato annunciato che verrà avviata la sperimentazione di semafori “a pavimento” per i pedoni distratti dagli smartphone, dimostra che è davvero giunto il momento di fermarsi. Perché se ci vediamo costretti a realizzare un semaforo pedonale capace di proiettare il rosso davanti ai nostri piedi significa che non si può proprio andare oltre: dobbiamo alzare la testa e guardarci attorno.
Solo così, infatti, ci accorgeremo di quanto lo smartphone è arrivato a condizionare la nostra vita, le nostre abitudini, il nostro rapporto con quello che ci circonda. Un rapporto che ora, proprio per colpa di questi utili quanto stramaledetti telefonini di ultima generazione, è arrivato a mettere in serio pericolo la nostra sopravvivenza. E non solo in senso fisico quando dobbiamo attraversare una strada, ma anche in quello cognitivo, intellettuale, sociale. Una volta il pedone distratto era quello che leggeva il giornale. Oggi è quello che gingilla con lo smartphone. Con la differenza che il primo, quantomeno, si informava. Saziava la sua voglia di conoscere e di riflettere. E compariva, tra la folla, di tanto in tanto. Mentre il secondo è diffuso ovunque. Anzi è proprio lui la folla. E quasi sempre chatta, messaggia, si nutre di gossip e vomita su una tastiera speranze, angosce, desideri e frustrazioni muovendo una o due dita a ritmi tachicardici. I suoi occhi sono fissi su uno schermo e non si spostano nemmeno se sta per essere travolto da un tram. Crede di essere libero e non si rende conto di vivere, invece, da schiavo. Ammettiamolo: ormai, per colpa dello smartphone, siamo tutti degli zombie. Non c’è più luogo, né pubblico, né privato, dove non si possa trovare almeno uno di noi senza lo smartphone in mano. Strade, piazze, parchi. Treni, pullman, metro. Al bar, alla toilette. Sulle scale, nei corridoi. All’angolo come sul rettilineo. Perfino in auto alla guida o in sella a una bici. Lo smartphone ci comanda come degli automi. Ci fa alzare gli occhi solo quando ci facciamo un selfie, ma li riabbassiamo subito per vedere com'è venuto lo scatto. E fa regredire, purtroppo, anche la nostra cultura.
E’ di questi giorni, infatti, un'altra notizia che dovrebbe farci meditare sullo stesso problema: 600 professori universitari italiani hanno chiesto al governo e al parlamento un intervento urgente perché la situazione è tale che ormai è evidente che i giovani italiani non sanno più l’Italiano. Arrivano alla tesi di laurea senza conoscere neppure le più elementari regole della grammatica. E non è solo un problema dei giovani. E di quello che non imparano nelle nostre scuole.
Ormai scriviamo e parliamo, sempre più spesso, come messaggiamo con gli smartphone. E a volte abbiamo le stesse espressioni degli emoticons, le faccine con cui premendo un solo tasto sintetizziamo i mostri stati d'animo e i nostri pensieri. Sì. E’ proprio giunto il momento di fermarsi: il semaforo che è stato messo ai nostri piedi ci avverte che è rosso. Ma se siete arrivati a leggere fin qui, allora non preoccupatevi. Significa che siete riusciti a togliere gli occhi, almeno per qualche istante, dallo smartphone. Per voi il verde, questa volta è scattato. E può ancora tornare a farlo.

Sergio Casagrande
sergio.casagrande@gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

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