Sergio Casagrande in bianco e nero

LAPIS

Fuga dall'Umbria che diventa più arida

18.02.2017 - 16:18

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Le  stime quantificano in almeno 5.500 gli umbri che, nell’arco degli ultimi 2 anni, hanno lasciato la regione in cerca di fortuna altrove. Ma, è probabile che il numero reale sia più alto, perché molti sfuggono alle statistiche, a cominciare da coloro che non hanno segnalato il cambio di residenza. E poi, ci sarebbero da aggiungere i pendolari, quelli che sono costretti a varcare quotidianamente le soglie dell’Umbria perché da noi non trovano più una possibilità di occupazione: sono davvero tanti e ne è una prova il gran numero di chi - come ci raccontano le cronache di questi giorni - sta protestando per i forti rincari delle tariffe dei treni.


Ma cosa sta succedendo?


Sta succedendo che l’Umbria ha visto un’impennata dell’emigrazione, un fenomeno che caratterizza, da sempre, la nostra regione, ma cresciuto, in breve tempo, a ritmo esponenziale. L’incremento di coloro che se ne vanno è stato tale da incidere perfino sui livelli della popolazione, aggravando un calo demografico che era impensabile fino a un decennio fa.


Motivi? Non tanti. Principalmente uno: quel lavoro che manca e che la regione non è più in grado di offrire, almeno nella quantità alla quale ci eravamo abituati.


Colpa della crisi. Di tante imprese soffocate da un mercato improvvisamente stravolto e crollato o rimaste vittime dell’incapacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. E colpa anche del ridimensionamento drastico, dovuto sempre alla grande crisi, di tutti i posti di lavoro pubblici (enti, ferrovie, forze armate, etc.). Questi, un tempo, costituivano una facile possibilità di occupazione e anche una sorta di ammortizzatore occupazionale che era stato capace di compensare le crisi altalenanti del passato di tutti gli altri settori.


Ora, la privatizzazione di molti servizi, occorre riconoscerlo, ha sicuramente portato notevoli benefici alle casse pubbliche, ma ha anche tagliato le speranze di tanti di trovare una sistemazione.
Negli ultimi tempi, poi, ad aggravare la già critica situazione generale, si è acuita la sofferenza dell’edilizia, un settore che si ritrovò lanciatissimo nel primo decennio del post-terremoto del ’97 e che invece, ora, stenta a ridecollare nonostante una nuova emergenza legata proprio a una crisi sismica di vasta portata.


La situazione delle imprese edili è così pesante che sono fuggiti perfino tanti di quegli immigrati che erano arrivati in Umbria quando non si riusciva a trovare manovalanza locale sufficiente. E continuano a fuggire. Qualcuno potrebbe anche esser contento, ma nessuno può negare che è un altro evidente segnale della grave situazione occupazionale che stiamo soffrendo.
Come invertire, quindi, la rotta? Le imprese locali (vedi la tavola rotonda organizzata da Confindustria a Perugia) e perfino i sindacati (vedi il convegno della Cgil svoltosi a Terni) propongono di puntare su una imprenditorialità che si ponga all’avanguardia nella digitalizzazione. Una specie di nuova Umbria che produce sfruttando al massimo le nuove tecnologie e le opportunità in termini economici e fiscali che lo Stato offre per le innovazioni. Un’Umbria che chiamano entrambi 4.0 (incredibile convergenza di definizioni, oltre che di tempi per parlarne).


Un ottimo slogan. Ma viene da domandarsi cosa abbiano fatto le versioni precedenti - quelle dell’industria umbra 1.0, 2.0 e 3.0 - perché di loro non si ricorda nulla. E di buono, se gli umbri scappano, hanno sicuramente fatto poco. O, comunque, lo hanno fatto in quantità insufficiente ad evitare che l’Umbria si ritrovasse arida di lavoro.


Se , infatti, prima di affidarsi solo alle innovazioni (comunque necessarie), si andasse a guardare dove si è fallito e perché finora si è fallito, forse si riuscirebbe a dare delle gambe migliori a una possibilità di ripresa. E si potrebbe concedere, finalmente, una speranza a chi non vorrebbe partire e a chi se n’è andato, ma preferirebbe tornare.


Sergio Casagrande
sergio.casagrande@gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

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