Sergio Casagrande in bianco e nero

La vera scossa che aspettano i terremotati

04.02.2017 - 16:16

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“Per favore, qualsiasi tipo di burocrazia non faccia aspettare e ulteriormente soffrire i terremotati”. Domenica scorsa il Papa non ha pronunciato queste parole per proforma. Lo ha fatto perché ha ben chiara la situazione che si è venuta a creare nelle zone ferite. Ed ha visto i volti e ascoltato le implorazioni di chi ha l’anima segnata dal sisma.
Si dice pure che il pontefice, ogni mattina, subito dopo la prima preghiera nella cappella della Casa Santa Marta, chieda ai suoi collaboratori gli aggiornamenti su quello che accade e su quello che non accade nelle aree terremotate. Come, ne siamo sicuri, fanno anche i rappresentanti delle nostre più importanti istituzioni che hanno, non lo mettiamo di certo in dubbio, la stessa sensibilità e attenzione del Santo Padre. Ma Bergoglio è l’unico a evidenziare che c’è qualcosa che evidentemente non va nel verso giusto. O, comunque, non viaggia come dovrebbe viaggiare. Altrimenti non ci sarebbero terremotati che si raccolgono in piazza Montecitorio (come si è ripetuto anche giovedì scorso). O non ci sarebbero sfollati che mugugnano al ritorno del Capo dello Stato a Camerino. O tutte quelle forme di protesta che si stanno diffondendo anche sui social network e a volte finiscono per rivelarsi drammaticamente sarcastiche come il video-selfie di un allevatore dei Sibillini che manda a quel paese tutti i politici.
Eppure si era davvero partiti col piede giusto. Perché alle parole (anche se tante e troppe, come sempre) si era fatto rapidamente seguito con fatti concreti. Due decreti, una legge. Niente tendopoli, per dare subito spazio alle casette. Via libera ai lavori più rapidi da fare. E l’impegno a dare immediatamente il volano giusto alle imprese e all’agricoltura di ripartire.
Tantissimi terremotati hanno accettato anche di lasciare lì, sotto le macerie o nelle case squassate, i loro affetti, i loro sogni e le loro speranze. Hanno lasciato i loro paesi e la loro terra trasferendosi anche molto lontano, raggiungendo altre valli e altri lidi. Con la certezza e la promessa di tornare il “più presto possibile”, magari anche solo in un alloggio provvisorio.
Poi, però, sono spuntate le lotterie per assegnare le prime (troppo poche) casette. E le macerie sono rimaste lì, perché nessuno le ha portate via. Ed è iniziato lo scoramento.
E’ vero: c’è stato un cambio di governo. E subito dopo il diavolo c’ha messo lo zampino: ha portato la neve e creato una situazione da piaga biblica. L’emergenza si è ampliata. Amplificata. Moltiplicata. E il “cratere”, l’area critica devastata dai terremoti, è diventata grande come un’intera regione. Ma l’impressione è davvero che, per qualche settimana, la macchina della ricostruzione sia rimasta, almeno sul campo, come congelata. Per favorire, probabilmente, quella delle nuove emergenze. Ma tanto è stato.
Ora, da due giorni, è arrivato un nuovo decreto. Arrivano nuovi impegni. Ma ci vogliono subito più fatti: nel Lazio, nelle Marche, nell’Umbria e nell’Abruzzo feriti. Nessuno deve rimanere indietro, perché non c’è stato né un terremoto di serie A, né uno di serie B. E non ci sono terremotati né di prima, né di seconda classe. Infine, per rispetto dei terremotati, bisognerebbe anche evitare di dare l’impressione di utilizzare certe tragedie come il pretesto per ottenere vantaggi dai rapporti con l’Unione europea.
sergio.casagrande@ gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

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