Lo sapevamo, tutto questo poteva essere evitato

Lo sapevamo, tutto questo poteva essere evitato

26.08.2016 - 12:18

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La natura non uccide. E’ l’uomo che uccide. A volte anche involontariamente; con i suoi errori, con le sue scelte. E con le sue non scelte. Se in Umbria, questa volta, non ci sono state vittime, non è un miracolo. E neppure un prodigio. Come non è un caso che ci siano i terremoti proprio qui, in quest’Italia che ha una forma bizzarra solo perché è pressata tra due continenti che si muovono. Tutto questo lo sappiamo da tempo. Da molto e da troppo tempo. E sappiamo anche che altri terremoti ci saranno. Forti, potenti. E infami. Di notte, come di giorno. Sappiamo pure dove saranno, perché esiste, da anni, una mappa della sismicità del nostro Paese. Con i suoi colori che vanno dal candido bianco della più solida Sardegna, al viola - colore che anche la nostra tradizione religiosa lega alla morte - lungo tutto la catena appenninica che va da Norcia fino a Reggio Calabria. Nei territori di alcuni regioni conosciamo perfino la microzonazione sismica per ogni metro quadrato. L’unica cosa che non sappiamo (e, forse, non la sapremo mai) è quando gli altri terremoti ci saranno. Se non vogliamo contare nuovi morti e tornare a straziarci dal dolore, quindi, c’è solo una cosa da fare. Partire da queste certezze. E mettere in sicurezza tutte le nostre città, i nostri paesi, le nostre case, i luoghi dove lavoriamo, quelli che frequentiamo, dove i nostri figli vanno a scuola, dove andiamo in vacanza e a dormire per una sola notte o magari per un weekend che vorremmo trascorrere solo in serenità. E, poi, anche i monumenti, le chiese, quel patrimonio che fa parte della nostra cultura, della nostra storia, delle nostre radici e che può costituire, a volte, anche l’unica forma di sostentamento economico delle più piccole, come delle più grandi comunità. Possiamo farlo partendo da quelle aree impregnate sulle mappe di viola per arrivare, piano piano, a toccare anche il più lontano lembo incolore del nostro Paese. Ma dobbiamo metterci in testa che è ora di farlo. L’Italia ne ha la forza e, soprattutto, le capacità. E anche le conoscenze; perché, purtroppo, proprio da tragedie come questa, ha maturato una lunga esperienza scientifica. Il nostro Paese - che in fatto di terremoti (ma anche di dissesti idrogeologici e pericoli vulcanici) è quello con i più alti rischi di tutta l’Europa - non si può consolare di essere soltanto un campione medagliato in protezione civile e nei soccorsi. E neppure limitarsi a dare prova di grande solidarietà e di volontariato. Ci vuole subito un piano. Una scelta politica coraggiosa per un’opera che dia una svolta. Che perfezioni le leggi esistenti e ne fissi di nuove. Che le metta in pratica. Che imponga (e ne verifichi scrupolosamente l’applicazione) quelle regole volte a consolidare il patrimonio edilizio esistente, vecchio o recente che sia, con un’opera capillare, radicale, su scala nazionale. E’ ridicolo, per esempio, chiedere agli italiani di possedere una certificazione energetica del proprio immobile, quando in un Paese così a rischio una certificazione analoga non la si impone per la stabilità della casa. Se in Valnerina stavolta non si sono contati i morti e se guardando le immagini che arrivano dalle aree disastrate delle province di Rieti e Ascoli Piceno, tra tante macerie, si notano ancora degli edifici rimasti in piedi anche se non indenni dalle conseguenze del sisma lo si deve al fatto che si è costruito, ricostruito e consolidato, nel corso degli anni, in maniera adeguata. E case e palazzi, anche quando sono stati squassati, non si sono sbriciolati sopra le persone. E’ la dimostrazione, insomma, che difendersi dalle calamità naturali si può. E’ un’opera titanica, ma è realizzabile anche se i tempi potranno essere lunghi. Basta iniziare seriamente e continuare con costanza e cognizione anche quando il terremoto, per qualche anno, sembrerà essere ripiombato in letargo. Perché lui, prima o poi, tornerà. Ed è certo che lo farà con un potenziale che oggi, per colpa nostra, è devastante anche quando potrebbe non esserlo. 
sergio.casagrande@gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

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