Sergio Casagrande in bianco e nero

Epitaffio per la Flaminia

13.08.2016 - 11:14

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Forse nulla è eterno. Forse neppure quello che lo può sembrare da più di 2000 anni. Oppure sì. Guardando bene, qualcosa di eterno c’è...
La gioia per l’apertura delle nuove superstrade ha fatto passare in secondo piano una circostanza che, invece, è bene sottolineare per comprendere in pieno la portata storica degli eventi di questi giorni.
Con i tagli dei nastri che il 28 luglio scorso hanno decretato la fine dei lavori per la nuova Perugia-Ancona e la nuova Foligno-Civitanova Marche, si è dato il colpo di grazia a un’altra strada dal lungo quanto glorioso passato: la Flaminia
Per secoli, a cominciare dal 219 avanti Cristo, anno dell’ultimazione dei lavori per la realizzazione del suo primo tracciato ad opera del console Gaio Nepote Flaminio, la Flaminia aveva infatti costituito il ruolo di principale strada per il mare. Un ruolo che dal 28 luglio scorso, con lo spostamento dei più consistenti flussi viari sulle nuove arterie, non avrà più, né per la maggioranza dei residenti dell’Umbria, né per tutti quei romani che dalla capitale si dirigono sulle riviere marchigiane e romagnole.
La comodità e la rapidità della Perugia-Ancona, infatti, che permettono di approdare velocemente sulla costa adriatica, sono imparagonabili alle difficoltà e ai rallentamenti che impone, invece, la Flaminia. E stessa cosa vale per la Foligno-Civitanova che, nel tratto umbro, sfoggia un assetto infrastrutturale da far invidia anche a molte autostrade.
Il destino della Flaminia, comunque, era segnato da tempo: il suo declino, infatti, anche se giunge solo ora al traguardo finale, era cominciato già una quarantina di anni fa, quando si cominciò a parlare di nuove strade in Umbria senza mai darle la dovuta attenzione.
Dopo essere stata, fin dall’antichità, la prima - e per lunghi periodi perfino l’unica - strada di collegamento tra la capitale e il nord dell’Italia e dell’Europa (da Roma arrivava a Rimini dopo aver attraversato l’Umbria e parte delle Marche, poi si collegava alla via Emilia che giungeva a Milano e da qui partivano le strade per il nord del continente) alla fine degli anni ’70 del secolo scorso è finita nel dimenticatoio.
Anzi, forse fu volutamente messa nel dimenticatoio da chi, in quel periodo, volle cambiare la mappa della viabilità umbra per spostarne il baricentro regionale (che aveva il suo fulcro sull’asse Terni-Foligno) verso Perugia.
Qui il cavallo è diventato ruota; il viandante automobilista; il carro ha sposato il motore; fieno e acqua si sono mutate in benzina. E la stazione di posta si è trasformata in stazione di servizio; il dazio in multa.
Percorsa da pellegrini, ricchi e poveri disgraziati, re e imperatori, eroi e dittatori (era la strada più amata da Mussolini), automobilisti improvvisati e piloti di rango (mitiche le imprese di Nuvolari tra Nocera Umbra e Rigali), di quella che fu la strada statale numero 3 d’Italia (un numero che rispettava la sua collocazione nell’arco delle consolari che si dipartivano da Roma partendo in senso orario dall’Aurelia) oggi resta un tracciato che, soprattutto nelle mappe stradali più aggiornate, è perfino difficile da individuare nella sua interezza. Colpa di un riammodernamento che, da quando nacque la Repubblica Italiana, non fu mai né voluto, né ipotizzato se non a spezzoni.
La Flaminia, intesa come un’unica strada, uniformemente costituita e classificata, infatti, non c’è più già da molti anni. In Romagna è inesistente. Nelle Marche è una comoda quattrocorsie che, però, poco dopo la galleria del Furlo, si mixa e si confonde con la statale 73 bis di Bocca Trabaria che, a sua volta, fa parte del tracciato europeo E78. Poi, da Fano scompare come un fiume carsico.
In Umbria è a quattrocorsie solo tra Spoleto e Foligno, dopo il quale mostra un tratto veloce, ma a corsia unica per senso di marcia, fino alle vicinanze di Osteria del Gatto, dove viene tranciata dalla Perugia-Ancona e, come un serpente mozzato da una spada, rispunta poco dopo agitando le strette curve del percorso storico che tocca Sigillo, Costacciaro e Scheggia. Vecchio percorso storico che troviamo anche tra Terni e Spoleto. Mentre tra Roma e Terni è un altro cocktail di vecchi e nuovi tratti che talvolta si mischiano o si intersecano con l’Autosole e quella che un giorno dovrebbe essere la Civitavecchia-Orte-Terni.
Ma chi vuole, ancora oggi, magari con una vecchia carta o un buon libro che si può trovare in biblioteca (“La Via Flaminia" del Touring Club), può riscoprire e ripercorrere il suo antico tracciato che si snoda tra antiche vestigia e luoghi di grande pregio ambientale. E’ un’operazione da nostalgici e feticisti della guida d’altri tempi. Ma è sicuramente un’esperienza da fare se si vuole apprezzare e conoscere la vera anima del territorio in cui viviamo.
La Flaminia è morta. Ma non è morta la sua storia; non è morto il fascino dei suoi luoghi; e non sono morte neppure le sue leggende. Come quella che vuole sepolto in un luogo segreto lungo questa strada, il tesoro di Totila, re degli Ostrogoti ucciso nei dintorni di Gualdo Tadino. O come quella che vuole che le acque di un azzurro intenso del Nera, presenti in località Le Mole, nelle vicinanze del ponte d’Augusto di Narni, siano l’omaggio di un mago agli occhi di Pompea Celerina, suocera di Plinio il Giovane, che qui aveva una villa.
Piangiamo, quindi, ora sulla tomba della Flaminia. Ma non dimentichiamola. Perché comunque l’immortalità c’è. E’ attorno al suo tracciato e lì resterà anche se, questo, fosse un giorno completamente cancellato.

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