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Il bisogno e l'ipocrisia dell'eroe

19.04.2017 - 19:24

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Il fotoreporter che porta in salvo un bambino dall'inferno dell'esplosione velenosa di Aleppo manda un messaggio molto semplice, di quelli che si ripetono fino alla noia della retorica, salvo trovarsi invece che davanti a un televisore, in mezzo al sangue, alla morte, ai corpi devastati di centinaia di persone.L'unica colpa di trovarsi in mezzo a una guerra.Abd Alkader Habak, poco più di venti anni, ad Aleppo ha sentito immediato, istintivo, il richiamo di una comune umanità, non si è chiesto se quel bambino fosse sunnita o sciita, l'ha visto a terra, proprio accanto alla telecamera che il botto aveva scaraventato via, l'ha visto ferito e l'ha preso fra le braccia per portarlo fino ad un'ambulanza.

Quell'istinto che, in altre circostanze o magari nelle stesse, può far premere un grilletto oppure - come è accaduto lì - il pulsante che aziona il detonatore di una strage, ha fatto scattare il sentimento della solidarietà che nasce dal riconoscersi nelle stesse condizioni di chi in quel momento, a due passi da te, sta soffrendo, inerme, innocente del disastro politico che gli sta intorno, all'oscuro del labirinto di odi, contrapposizioni, schieramenti, fazioni, potenze locali e globali, che si stanno contendendo la Siria.
Su una macchina che arriva a tutta velocità, qualcuno, totalmente cosciente dell'orrore che sta per provocare, si fa esplodere con un carico assai probabilmente pieno di gas, e in un istante strazia i disperati che, sulla base di un accordo, uno dei tanti, precari accordi che dovrebbero servire a garantire corridoi umanitari a chi è preso nella morsa dei combattimenti e delle bombe, dovrebbero assicurare una via d'uscita. E un attimo dopo quel fotoreporter cerca di strappare alla morte e alla violenza più tremenda della guerra e delle maschere dell'integralismo, un bambino.
Adesso, esaltiamo Abd Alkader e parliamo di un eroe. Sentiamo la necessità di enfatizzare quel comportamento e di ricondurlo alle categorie con cui spariamo i titoli delle prime pagine o dei sommari dei tg.
E' vero è un eroe, ci ricorda che anche nel buio più fitto della disumanità si può accendere una luce. Basta che non sia una consolazione, un'altra figurina messa nell'album cinico dell'informazione, sempre particolarmente sensibile alle immagini dei bambini, come il piccolo Aylan tenuto in braccio da un soldato turco che lo ha raccolto sul bordo di un mare che ha brutalmente interrotto la sua fuga dal macello siriano.
Stiamo dentro un'ambiguità, la macchina delle news che esibisce, mostra, spettacolarizza, la nostra curiosità di vedere, il nostro stare fuori e di dare un'occhiata dentro, e il bisogno di dirci, appunto, che qualcosa resiste, che il sangue non ha imbrattato tutto, che la vita continua.
Abbiamo bisogno di vedere un sentimento di umanità che sfida l'abisso di una tragedia e, quando ancora il boato non si è spento e fra le macerie di tante vite, si china sul corpo di una vittima e lo accoglie per dargli una speranza. Ne abbiamo talmente bisogno che non vogliamo ricordarci che la stessa umanità ha prodotto il massacro che lo circonda e una città dilaniata, diventata il teatro di una battaglia senza fine, dove si combatte senza curarsi di chi non può difendersi e vorrebbe solo vivere in pace. Lo hanno già detto, felice il paese che non ha bisogno di eroi. Quella felicità è lontana, remota, è un sogno a cui, nonostante tutto, non vogliamo rinunciare, ma intanto ci troviamo in questa in-felicità, fra eroi e massacratori, a metà strada fra la luce e l'orrore di noi stessi.

Guido Barlozzetti

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