Ecco l'intervista completa al cacciatore di faglie: "Cosa abbiamo trovato lungo i 50 km"

TERREMOTO

Ecco l'intervista completa al cacciatore di faglie: "Cosa abbiamo trovato lungo i 50 km"

13.02.2017 - 17:49

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L’Ingv, Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, lo ha definito come lo sciame sismico più intenso mai registrato prima in Italia. E in effetti, con le ormai quasi 53mila scosse registrate dal 24 agosto 2016 a oggi, è stato raggiunto un vero record che purtroppo continua tuttora ad aggiornarsi e a superarsi. Ma il “terremoto infinito” del Centro Italia, come qualcuno lo ha ribattezzato, sta lasciando anche altri segni, indelebili e inconfutabili, che vanno ben al di là dei semplici numeri. Sono i segni sulla crosta terrestre.


I più imponenti ce li stanno segnalando i satelliti che da un’altezza di migliaia di chilometri sono in grado di valutare qualsiasi variazione della crosta terrestre. Ma ce ne sono tanti altri che l’uomo individua andando personalmente sul posto, compiendo una ricerca sul terreno anche nelle zone più impervie e nascoste dalla vegetazione.


Per questo lavoro l’Ingv sta impiegando sul campo una squadra di esperti che sono stati ribattezzati come i “cacciatori di faglie”. In realtà si tratta di un pool di una settantina di studiosi volontari, prevalentemente geologi, impegnati in Emergeo, un gruppo di emergenza dell’Istituto di geofisica e vulcanologia che - lo si legge nel sito internet specifico, “ha come scopo principale il rilievo geologico in caso di evento sismico di magnitudo superiore a 5.5 in Italia e nel Mediterraneo”.

La squadra di Emergeo opera, quindi, direttamente sui territori colpiti da un terremoto di rilievo, e quelli in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo superiori a magnitudo 5.5 sono stati 3:

24 agosto 2016 (M.6 con epicentro ad Accumoli);

26 ottobre 2016 (M 5.9, Ussita);

30 ottobre 2016 (M. 6.5, Norcia).

Mentre altri 6 hanno comunque superato magnitudo 5:

24 agosto 2016 (M. 5.4, Norcia);

26 ottobre 2016 (M. 5.4, Castelsantangelo sul Nera);

quattro il 18 gennaio 2017 (M. 5.1, Montereale; M. 5.5 a Capitignano; M. 5.4, Pizzoli; M. 5.0, Cagnano Amiterno).

Il geologo Paolo Marco De Martini è uno dei coordinatori di Emergeo e con lui facciamo un breve punto sul lavoro che si sta svolgendo.


- I terremoti del Centro Italia sono stati davvero così forti da segnare la crosta terrestre?


“Sì, dal punto di vista sismologico non può che essere definito un evento molto importante. Dal 24 agosto ad oggi abbiamo rilevato gli effetti dei terremoti sulla superficie terrestre per una fascia di rottura che raggiunge la lunghezza totale di circa 50 chilometri in un tratto che tocca Abruzzo, Lazio, Umbria e Marche e che è compreso tra Camposto-Montereale, in provincia dell’Aquila e Cupi-Fiordimonte, in provincia di Macerata”.


- E in quale punto sono più evidenti?


“Sui Sibillini. Qui gli effetti sono più imponenti. Abbiamo individuato una rottura cosismica lungo una fascia larga circa 2 - 3 chilometri che va dal monte Vettore, al monte Porche e al monte Bove che si è generata con l’evento più forte, quello di magnitudo 6.5 del 30 ottobre. E abbiamo individuato effetti delle faglie che hanno provocato dislivelli del terreno dai 20-30 centimetri fino a un massimo di 2 metri. La rottura è netta e quasi continua. Proviene dalla profondità di 8 - 10 chilometri che corrisponde con gli ipocentri. Segno evidente della grande quantità di energia che hanno sviluppato queste faglie”.

- Ma, in parole povere, cosa sarebbe successo?


“La faglia. O meglio, le faglie di tutta questa area, si sono attivate. Ed hanno sprigionato la loro energia, accumulata negli anni. Anzi, nei secoli.
Hanno provocato rotture del terreno, come se fossero uscite allo scoperto, con gli effetti - sempre per semplificare - di uno spostamento dell’Appennino sia verso est (nei territori dei versanti adriatici) che verso ovest (nei territori dei versanti tirrenici). Gli scienziati lo conoscono come “l’estensione dell’Appennino" e lo stimano in circa 2-4 millimetri all’anno. Tra l’altro sono tutte faglie conosciute, ma è la prima volta che possiamo studiarle direttamente nei loro effetti immediati”.

- Conosciute? Che vuol dire?

“Che erano note alla scienza. E che in alcuni casi erano state anche studiate approfonditamente perché mostravano già di aver provocato segni sul terreno in epoche remote. Sulla piana di Castelluccio, per esempio, c’era già uno studio paleosismologico fatto negli anni ’90 dal collega Fabrizio Galdini dell’Ingv che segnalava deformazioni metriche sul terreno provocate dalle faglie negli ultimi10mila anni”.


- Perché è importante individuare sul terreno gli effetti delle faglie?

“Perché ci fa conoscere dove la crosta terrestre può subire le più importanti deformazioni in caso di forti terremoti e dove si possono avere gli effetti superficiali permanenti. Dai terremoti, d’altronde, per ora possiamo difenderci efficacemente solo con la prevenzione...”

- Prevenzione che, oltre ai nostri comportamenti, deve prevedere anche un’adeguata progettualità...

“Certo. Sapere che in una zona c’è il rischio di una deformazione superficiale permanente o consistente è d’aiuto, per esempio, per progettare le infrastrutture, per adeguarle, per farle resistere il più possibile in occasione di un forte terremoto. E utilizzarle anche durante un evento sismico. Una strada, una ferrovia, un viadotto, una linea di alimentazione elettrica, un gasdotto, possono essere progettati al meglio garantendone il funzionamento anche durante i momenti di prima emergenza. Quelli fondamentali per prestare i primi soccorsi”.

- Cita il gasdotto. Sa che proprio per queste zone si parla di far transitare un gasdotto?

“Sì”


- E non le fa paura?


“Negli anni passati in Alaska ci fu un terremoto con un’energia incredibilmente più potente di quelli che abbiamo avuto nel Centro Italia: magnitudo circa 8. E il grande gasdotto che attraversa il Paese non subì alcun danno, perché - grazie a un’adeguata progettazione e realizzazione - riuscì a subire delle deformazioni armoniche con il terreno che ne impedirono la rottura. I progettisti sapevano bene quali rischi si correvano. E il risultato del loro lavoro è stato efficace”.


- Quindi bisogna sempre pensare e progettare guardando al peggio?


“Bisogna essere consapevoli di dove si vive. Dei rischi che si possono correre. Degli effetti che può provocare un evento. Anche se questo è epocale e può ripetersi a distanza di anni, di secoli, come di giorni. La scienza serve a questo: a conoscere. Poi spetta all’uomo difendersi nella maniera più adeguata possibile”.

sergio.casagrande@gruppocorriere.it
Twitter: @essecia

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