giovenale, anton carlo ponti

E il turismo langue

15.03.2017 - 10:54

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Sarà l'etimo spagnolesco, junta, imbevuto di golpe di stato sudamericani - Pinochet e Videla docent -, ma le giunte (e gli assessori) troppo spesso per i miei gusti garantisti e democratici si comportano come le tre scimmiette che non sentono, non parlano, non vedono, appollaiate sul comò, come le civette della filastrocca. Ambarabà ciccì coccò!
Prendi l'idea di chiamar Monica Bellucci a testimonial turistico dell'Umbria nel mondo, già di questo giornale e ripresa dall'assessore al turismo della Regione.
Non se ne sa nulla o poco. E il turismo langue, e tutti a stracciarsi le vesti, e questa volta in soccorso dei vinti.
Sono otto mesi dal terremoto e si sarebbe dovuto correre ai ripari, con campagne tranquillizzanti, distinguendo il territorio intatto da quello ahimè colpito, circoscritto e in tenuta, tranne quel ludibrio della basilica di San Benedetto mai sorretta, ma con la facciata in piedi per miracolo architettonico. Ma, si sa, la gente guarda e spesso non vede che i telegiornali che bombardano i teleutenti d'immagini apocalittiche. H24.
Meglio il Grand Guignol anziché una pacata analisi delle cose. La realtà è che il turismo è stato considerato, fin dalla fondazione della Regione, nel 1970, come materia secondaria, così come la cultura.
Questo senza voler mitizzare il turismo come taumaturgia bacchetta magica. Ma è un dato, il primo turismo, in Regione, quando c'erano le aziende autonome e gli enti provinciali, fu affidato a un geometra, se la memoria non m' inganna. Mancò l'idea che il turismo è sì un'attività economica ma con caratteristiche precipue, legate a creatività e a competenza e a cultura, di territorio, storia, tradizioni, consapevoli che l'Umbria è piccola e senza mare. Qualcuno dirà.
Come mai Montalbano coi suoi milioni di audience nel pianeta non porta turisti e visitatori nella bellezza sublime della Sicilia? Perché Monica Bellucci dovrebbe essere la chiave di volta per incrementare non tanto gli arrivi ma le presenze? Perché la Sicilia è distante, e in Calabria i Bronzi di Riace non li va a veder nessuno. Il nostro turismo è come il calviniano visconte dimezzato, e noi che potremmo avere il primato o il secondo posto dopo la Francia, siamo al quarto-quinto. E siamo il paese più bello del mondo, ma è ahimè abitato dagli italiani, quelli visibili per ruberie e degrado e corruzione e evasione e disordine. Non quelli invisibili, probi e onesti e educati e rispettosi di leggi e regolamenti, semplici o colti non importa.
Col rischio di ripetermi, dico ancora una volta che sollecitare il turismo è un'arte, e se si dimentica che l'Italia è amata per Michelangelo e per Giuseppe Verdi, il resto è noia.
Sì, Francesco d'Assisi è un ottimo brand, ma ci volle a fine Ottocento un pastore protestante francese, Paul Sabatier, per promuovere la fortuna planetaria del nostro Santo che innalzava laudi al Creatore. P
rima era un santo di serie B, un po' folle e ribelle. Non diamo retta a uno spirito libero come Robert Louis Stevenson se scrive con paradosso che il turismo è l'arte della delusione. E la sindrome di Stendhal?
Anche Gioconda o Colosseo possono ingannare, se uno cerca l'anima del mondo nelle cose e non dentro di sé. Che è il pensiero di Michel de Montaigne (che un po' d'Umbria percorse): "A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco." 

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