Forconi & salamandre

Forconi & salamandre

16.04.2014 - 14:42

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Ma che strano paese è questo dove viviamo non per scelta ma per destino. Un'Italia la nostra amata Patria che sarebbe, se non l'abitassero gli italiani, cioè chi scrive e altri sessanta milioni di sublimi ignoranti, un magnifico Eden sempiterno. Risalgono spontanei alla memoria la gran frase attribuita a Massimo D'Azeglio: "Fatta l'Italia, ora bisogna fare gli italiani", o i giudizi di Giacomo Leopardi nel suo lucido e dolorante "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani", scritto nel 1824, a ventisei anni. Le classi dirigenti hanno combattuto pochissimo i caratteri dei nostri costumi originari, che sono per il supremo poeta il cinismo, la furberia, l'assenza di una coscienza civile, elementi che "distruggono o indeboliscono i principii morali fondati sulla persuasione", sicché dette classi superiori "sono più ciniche delle loro pari nelle altre nazioni". Insomma, sfrontatezza e irrisione, condite da massicce dosi di ipocrisia, sono la cifra distintiva delle classi dominanti, ma "il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci". L'illuminista lombardo Alessandro Verri (1741-1816, zio spurio di Alessandro Manzoni perché fratello del suo padre naturale), diceva che il fondo dell'italiano non è cattivo, ma il suo "senso morale è di pochissima energia". Tant'è che se voleva insultare qualcuno lo chiamava "italiano". Da qui i populismi imperanti, sopravvissuti fino ai nostri giorni; la storia d'Italia n'è colma, con uomini forti, uomini soli al comando, perché grandi giocatori d'azzardo o osannati perché mediaticamente inarrivabili. Non il pensiero pensato pesa nelle scelte, quanto il pensiero ben comunicato. L'Italia è l'antica terra del dubbio, e della litigiosa politica politicante che tutto stravolge, riversando sugli altri le responsabilità, confutando ogni evidenza con arroganza o arroccandosi in sterili "aventini", tutto rifiutando per meri o speciosi interessi di bottega, quando non per bassa macelleria di parte, di minima squallida navigazione sotto costa. Arduo governare, con leggi elettorali deliranti ma tollerate a lungo, con alleanze friabili, con maggioranze tenute insieme con lo sputo, con contumelie e minacce in ogni evenienza, pensando alla propria greppia e non al bene comune. Qualcuno ha scritto che delegare ai parlamentari il taglio del numero dei rappresentanti del popolo è come nominare Dracula presidente dell'Avis; c'è troppa gente che s'è fatta nominare nelle liste chiuse per procurarsi prebende e privilegi, ed ecco le difficoltà di trovare spazi e orizzonti per cambiare le cose. L'Italia è stremata, i forconi arrembano, tanto popolo scende per strada a protestare, tre italiani su dieci sono poveri, ma poveri per davvero, e quattro italiani su dieci evadono imposte e tasse, con figli esentasse per indigenza che vanno all'università in Ferrari. E poi ci sono tre cittadini su dieci che intasano gli uffici postali per pagare l'imu sulla seconda abitazione, che magari è una casupola, o la tares che viene in silenzio prorogata, per pagare bollette a iosa che ricorrono come i cavalieri dell'Apocalisse; dove? in questo beato paese dove fiorivano i limoni e ora non è che terra dei fuochi o palude per i fiumi che straripano inclementi e senza sponde. E Pompei, miracolo di bellezza e di memoria, cade ogni giorno a pezzi. Pietra dopo pietra. Ma che abbiano ragione quelli dei forconi? E torto chi ingiuria la società con l'indifferenza, con l'inerzia, con cascami d'ideologie tramontate? C'è una realtà politica che spaventa. È tempo di salamandre, di quegli anfibi cari agli alchimisti che si credeva potessero sopravvivere alle fiamme, che perfino Goethe nel "Faust" invoca per la loro castità: "La salamandra avvampi; fuoco dissolviti in salamandra!" C'è una realtà sociale che atterrisce. Quella conformata alla menzogna e allo sberleffo, senza alcun decoro propositivo, tutta tesa a scavare fossati e divisioni, in uno sterile gioco a rimpiattino con la storia, che andrebbe sentita come ammaestramento, minimo, si sa, ma almeno intinta in una certa nobiltà. Altrimenti è guerra perpetua, il trionfo delle fazioni, il delirio d'onnipotenza, la debolezza dell'onesta sconfitta dall'illegalità. Se il potere non è etico è sopraffazione e dittatura. Non si scappa da questa equazione. E bisogna dare ragione ancora una volta al "reazionario" Massimo Taparelli marchese D'Azeglio (1798-1866, politico, scrittore, pittore e genero di Alessandro Manzoni): "Se il filo di canapa è marcio, non s'avrà mai corda buona".

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