Leggere il mondo

Leggere il mondo

12.03.2014 - 13:28

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L'etimo (forma originaria di una parola) di leggere (latino legere) è raccogliere, da cui il participio passato lectum, quindi lettura. Se leggere è riconoscere dai segni della scrittura le parole e comprenderne il significato, il termine libro discende da librum, ossia la pellicola tra la corteccia e il legno dell'albero che prima del papiro serviva per tracciarvi i segni. In sincerità non so quanto siano utili in epoca di cellulari, messaggini, tablet, blog, facebook e immane rete del web, saper gli etimi anche se c'è la scienza o disciplina (nella famiglia della linguistica) che studia l'origine e l'interpretazione storica delle parole. Tuttavia noi con le parole, oltre che con le immagini, e coi suoni, conviviamo. Se uno ha la sfortuna di esser muto sordo cieco, la parola, o il gesto che la sostituisce, fa parte della nostra quotidianità. Certo, uno sopravvive all' ignoranza etimologica o lessicale. Anche se si ha un vocabolario di base di cinquecento parole - quelle che aiutano a spiegarsi: pane, vino, macchina, acqua, freno, aria, terra, cielo, mare, amore, strada, campagna, limone, religione, Dio, bottega, formaggio, città, fabbrica, euro, fame, lavoro, guerra, giornale, pace, sport,povertà, ricchezza, calcio, democrazia - ci si difende, ci si barcamena ma chi è ferrato o agguerrito con le parole rischia meno di esser preso in giro o turlupinato.. Inoltre non può avere dimestichezza con la pagina scritta, e stampata, e se non ha libri in casa né l'abitudine al libro, entra nell'opacità del postmoderno e del cattivo gusto, tutto fa brodo, il senso critico scema ai minimi livelli. Riflettevo su queste quisquilie nella banalità del bene, sui diritti del lettore di Daniel Pennac, uomo di scuola e scrittore di successo, di recente in Umbria. È il padre dell'immortale personaggio di Benjamin Malaussène, di professione "capro espiatorio", ciclo di libri grotteschi e feroci, specchio della realtà deformata ma con voglia di ridere. Ebbene, nel pamphlet su libro e su lettura ("Come un romanzo"), Pennac, nato a Casablanca da padre militare di carriera, all'anagrafe Daniel Pennacchioni, chiare origini còrse, stila, dicevo, una lista di come ci si difenda dal vizio impunito della lettura, di come ci si liberi da sensi di colpa, di come il lettore alla fin fine sia il sovrano, il dominus dell'oggetto libro, cartaceo o e.book. Dice Pennac: “L'uomo costruisce case perché è vivo ma scrive perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun altra, ma che nessuna potrebbe sostituire”. Passando al decalogo, il primo comandamento rivendica il diritto di non leggere. Si sa che un libro imposto annoia vedi a scuola “I Promessi Sposi” o la “Divina Commedia”. Seguono due sferzate: il diritto di saltare le pagine e quello di non finire il libro. I puristi già tremano di fronte all'oltraggio. Ma ha ragione Pennac. Non si può incatenare alla lettura, ma guai a bruciare i libri. Il lettore ha pure il diritto di rileggere, c'è chi ha letto non più di venti libri ma rileggendoli. Io ho letto trenta volte “Amleto”. Esiste il diritto di leggere qualunque cosa, il foglio pubblicitario coi saldi o l'elenco del telefono se non c'è di meglio, specie al gabinetto. Pennac salva il bovarismo, lo stato d'insoddisfazione spirituale, il desiderio d'evasione dal conformismo della vita borghese, con vaghe aspirazioni mondane, sentimentali e letterarie (il termine discende dal Flaubert di "Madame Bovary"). Un grande evasore dalla realtà, sognatore mezzo matto è Don Chisciotte con i libri di cavalleria. Seguono il diritto di leggere ovunque, che fa riflettere sulle sale d'aspetto o in bus dove la gente è impietrita dall' inattività. C'è il piacere sommo di spizzicare, di volare sul testo, avanti, indietro, sopra, sotto, in un andirivieni meraviglioso della fantasia e dell'immaginazione. Se poi c'è il diritto di leggere a voce alta, recitando a mo' di Lawrence Olivier o Vittorio Gassman, alla fine non si può tacere il diritto di tacere. Già l'aveva predicato Ludwig Wittgenstein nella riflessione 7, l'ultima, del "Tractatus logico-philosoficus": "Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere." Vallo a dire ai macilenti logorroici politicanti che infestano i tristi talk show, simbolo del nulla paludato di vuoto.

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