Stanotte ho sognato Giovenale

06.11.2013 - 15:58

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"Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo." Questo l'incipit ironico e tragico de "La metamorfosi", il gran racconto di Franz Kafka, sommo scrittore ebreo. Io no, non un insetto, dopo una notte insonne inframmezzata da incubi, e da sogni indecifrati, ma una inerme festuca sì, con ricordi fuggevoli e frastagliati, tranne un grumo onirico compatto come un rumine di bue. Ho sognato per un tempo interminabile e strepitoso di conversare con lui, con Giovenale, a tu per tu, chiacchierando e passeggiando nel Foro tumultuoso e pieno di frastuono, in una serata fresca di fine ottobre; dai colli scendeva il venticello tiepido e incantatore mescolato con l'odore lontano del mare. Oh! la delizia di parlare o meglio ascoltare Decimo Giunio, la grazie e la violenza delle sue intemerate, delle sue rabbie e delle sue denunce sulla corruzione dell'Urbe. "Anche se ho il cuore pieno di tristezza per la partenza di un vecchio amico - mi dice - tuttavia approvo la sua scelta di Cuma, città deserta, e del bel lido di Baia, delizioso ritiro. Io andrei a Procida per non vedere più la Subura. La brughiera più desolata è preferibile a questo terrore continuo degli incendi e dei crolli, agli infiniti pericoli di questa tremenda Roma dove neppure a ferragosto scampi dai poeti". "Non esageriamo - dico io - ma che cosa ti han fatto mai i poeti?" Giovenale sorride: "Sì lo so che anche tu offendi il foglio bianco stilando lettere insulse. Certo, come diceva il mio amico Orazio, i poeti sono irritabile genus, permalosi come le corna delle lumache. Il fatto è che non posso muovere unpasso qui nel Foro senza che avanzi un poetastro a volerti far leggere dei suoi versacci indigesti. Non sanno i tapini che si natura negat facit indignatio versum ,insomma l'indignazione farà poesia se il genio mancherà. E poi nobilitas sola est atque unica virtus, senza virtù non c'è nobiltà. E poi ancora, tu lo sai bene, probitas laudatur et alget, l'onestà vien lodata ma muore di freddo." Giovenale, detto da me in confidenza Giove, continua a pontificare e ne raccolgo alla rinfusa pensieri fuggitivi. A Roma, di un mestiere onesto, non è il caso di parlare, aggiunge. Fatichi e non sei pagato. La roba che hai oggi è meno di quella che avevi ieri. E sarà peggio domani. Ho i capelli che appena imbiancano, sono un vecchio ancora giovane e diritto,mi reggo sulle gambe molto bene, senza bastone. Ho ancora del filo da torcere contro la Parca o morte che dir si voglia. Ma quasi quasi me ne vado via dalla città natia. Questa è una metropoli per gente che fa bianco il nero, per appaltatori di case fiumi porti cadaveri da cremare e fogne da purgare, corpi venduti, carne da padrone. A Roma non so che fare. Un libro che non lo merita non lo so leggere né lodare, di astrologia non capisco niente. Budella di rana mai ispezionate. Di un ladro, complice non sarò mai. Però nessuno mi vuole come se fossi monco. Solo se sei uno che sa tutto, un complice imbottito di segreti orribili, sei amato. Depositario di informazioni pulite, non ci guadagni niente, neppur gratitudine. Ma so pure che tutto l'oro che il Tago ombroso nelle sue sabbie rotola nel mare non vale i sonni perduti, i regali che prendi e lasci, i ricatti incessanti che atterriscono un amico potente. In ciascuno dei nostri concittadini c'è un grammatico un retore un geomètra un pittore un bagnino un indovino un funambolo un medico un mago. Dunque da queste porpore io sto alla larga, per questa gente non c'è niente di sacro, niente è sicuro col loro c…o in giro: né la madre di famiglia né la figlia verginetta né il marito adolescente né il figlioletto intaminato; in mancanza di meglio ti stuprano la nonna… Omnia Romae cum pretio, pagando, solo pagando a Roma si fa tutto. Ma noi, a Roma, viviamo in una città attaccata con lo sputo… Io so che vivrai bene, se ami la zappa. Ma in tutte le fucine, su tutte le incudini si fabbricano catene su catene; la maggior parte del nostro ferro è adoperato per in ceppi da galera: finiranno per scarseggiare gli aratri, i badili e le vanghe. Felici i padri dei nostri bisavoli, felices proavorum atavos! - E qui mi son svegliato. Ah! dimenticavo di dirvi che la Satira qui sunteggiata è la III del Libro Primo. Nella spavalda traduzione di Guido Ceronetti.

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