Morte, dov’è la tua vittoria?

14 agosto 2013

14.08.2013 - 16:07

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Dov’è il tuo pungiglione? prosegue san Paolo nella prima lettera ai corinzi  ispirandosi al profeta Isaia. Per chi ha il dono della fede, il pungiglione  avvelenato è il peccato, e la morte è quella dell’anima. Per la morte fisica c’è la medicina, c’è la  sofferenza, soprattutto la domanda “perché?”.
La morte arriva, lenta o  rapida, per tutti. (E non si sa quando.) Quella fisica, per la quale si sono  inventati gli ospedali e le discipline mediche, i farmaci e le cure, aggressive o palliative.
Per inciso, l’Italia è uno dei fanalini di coda  nelle lotta al dolore, sia per ciò che concerne l’accanimento terapeutico  sia per l’uso burocratico e avaro di sostanze oppioidi come la morfina;  mentre esiste una branca indirizzata a curare semplicemente il dolore, ché  non è prescritto da nessuna parte che debba far parte integrante della vita  ammalata o della morte imminente.
La morte, si dice, e lo è, è un evento naturale, come il vulcano o la  foglia, come il tifone e la goccia d’acqua. La scienza non smette di  studiare l’allungamento della vita, per una vecchiaia attiva nel corpo e nel  cervello. Per la prima valgano diete calibrate (niente grassi, frutta e  verdura, molta acqua), passeggiate e aria aperta, e per la seconda  cruciverba e lettura, esercizi mnemonici, raccontare e discutere.
Eppur si  muore, anche se assistiamo ad attori che a novant’anni calcano il  palcoscenico, sperando nella morte in scena come capitò al sommo Molière  (com’è morto bene recitando, fu il commento dei presenti in sala, invece era  morto davvero). Centenari si tuffano nel vuoto appesi a un paracadute,  scalano vette da settemila, ottantenni scrivono libri, compongono musica, e  così via elencando. Uno per tutti il filosofo Gillo Dorfles, classe 1910.
È  forse il trionfo sulla morte, la porta aperta verso l’immortalità? Di certo  la vita è migliore per chi è abbiente, un inferno oggi come ieri per chi non  ha se non gli occhi per piangere. Se fra i compiti della medicina oggi c’è  quello di curare il dolore, come dovere civile e statuale oltre che  sanitario - la sofferenza gratuita è tortura - non c’è sicuramente quello di  rispondere al quantum di vita che ci sta di fronte; se uno è sano, può avere  davanti secondo l’età anagrafica molto o poco da vivere, ma non lo sa, e  così la condizione non assomiglia al condannato a morte mediante la pena capitale che ne conosce tramite la “giustizia” il termine.
Oggi, leggo in un  articolo - irto di concetti e parole scientifiche - del genetista Edoardo Boncinelli che si potrà conoscere la data della nostra morte. Come? Se il  nostro corpo è un insieme di “cellule endoteliali, il serbatoio di tutte le  nostre potenziali cellule staminali”, da cui partono gli eserciti di cellule  a rimpiazzare le parti usurate, basta misurarne lo stato, mediante  l’applicazione “al polso di un generatore di blanda luce laser oscillante  che trasmette per tutto il corpo”. Una sorta di osservatorio e di stimolatore, da cui trarre informazioni per conoscere le reazioni più o meno  giovanili delle cellule.
Da qui il tempo di vita futura. Sapremo quando  moriremo? Ma ne vale la pena? Se è bene conoscere lo stato complessivo del  nostro organismo, sempre più in profondo, dipende dalla vita che si fa, se  lo si consuma o lo si conserva.  Questo non te lo dirà mai nessuna macchina, afferma Boncinelli. Se il  braccialetto è utile per sapere lo stato del corpo, ma è ovvio non della  mente, si vedrà. Se son rose fioriranno, continua lo scienziato. Intanto,  dico io, bisogna continuare a vivere perché “the show must go on”, lo  spettacolo continua, rumoreggiavano i Queen di Freddie Mercury. Insomma mai  interrompere la recita quotidiana del “fine pena mai” pur senza essere  ergastolani.

Anton Carlo Ponti

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