Conoscere per proteggere

26 giugno 2013

26.06.2013 - 13:24

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Roberto Segatori e Paolo Belardi, umbri doc, sono fra le intelligenze più vivaci e toniche dell' Umbria. Lo sospettavo, oggi ne trovo conferma nei saggi da loro scritti per un volume collettaneo curato da Luca Ferrucci ormai umbro in servizio permanente effettivo, dal titolo wertmülleriano: "I centri storici delle città tra ricerca di nuove identità e valorizzazione del commercio. di L'esperienza di Perugia". Da una sfogliata il libro appare un ottimo studio, una ricerca seria. Data la vastità e l'asperità degli altri sedici scritti, ho letto per affinità i testi del sociologo e dell'urbanista, sforzandomi di navigare nel gergalismo e in complesse teorie. Ma nel contempo vi ho appreso suggestioni stimolanti.
La prima è che il celebrato centro storico di Perugia, fra le perle delle città del mondo, uscito cambiato dall'incontro/scontro tra strutture e flussi, e per la perdita del controllo verticale delle funzioni a causa delle linee di forza trasversali prodotte dal capitalismo globale, si trova in balia di mutamenti epocali, perché gli incontenibili flussi della globalizzazione hanno messo in discussione la solidità delle strutture istituzionali tradizionali.
Basti pensare all'immigrazione, alla droga, alla rete, alla crescita delle periferie, ai centri commerciali, agli utilizzatori notturni, e altro. Sicché, dice Segatori dopo analisi strette, la pressione dei flussi, dinamici, rapidi, innovativi, addirittura rivoluzionari hanno prodotto effetti tali da dare tre volti alla città passata nei secoli di varie civiltà: etrusca, romana, medievale, risorgimentale, moderna. Una città dalle tre facce, dunque, che lotta per affermare la qualità della vita nonostante le difficoltà dello sviluppo che ci si augura possa diventare vero progresso civile, etico, culturale. Questi tre volti principali, differenti e coesistenti sono: 1. un centro come fondale a uso esterno; 2. un centro al nero; 3. un centro che reagisce o prova a reagire.
Insomma, la città serena e placida degli anni Cinquanta-Sessanta, con gli artigiani e le botteghe, i piccoli cinema fumosi, le auto parcheggiate in Corso Vannucci, le Università con trentamila studenti...La città cattiva, omicidi e spaccio, multietnica e piena di vecchi e di badanti, invecchiata e deserta, diventata per certi versi dormitorio e per altri burocratico-amministrativa. Infine la città che si rimbocca le maniche, che denuncia lo sfruttamento nelle pigioni, il lavoro sommerso, le furbate, le esosità, l'indifferenza. Mentre Umbria Jazz è fatta per appassionati e turisti e per lustro, le cose belle e buone che svolgono le piccole associazioni, i piccoli editori, le piccole librerie, i piccoli cinema si pongono come barriere davanti all'indistinto e al violento, all'assenza di valori identitari.
Ma guai a trasformare una città in museo. Questo il grido d'allarme dell'ingegnere urbanista e progettista, docente di composizione architettonica, quindi Belardi, figliolo di Galeazzo Alessi e di Guglielmo Calderini della città non può avere una visione statica, immobile, in contemplazione dell'ombelico passatista. Una ricerca di Yona Friedman del 1975 per il Consiglio d'Europa, s'intitolava "Questa è la tua città: conoscila per proteggerla". E si concludeva con la domanda rivolta ai cittadini: "Chi vorrebbe vivere in un museo?"
E la risposta era stata unanime: "Nessuno". Perugia non deve dunque essere pensata come un museo per turisti, ma un laboratorio. Lo slogan dovrà essere cambiato in: questa è la tua città, conoscila perché sopravviva e tu con lei. Se c'è l'idea di coprire via Mazzini con una struttura energetica vetrata, una sorta di serra contro la tramontana di Porta Sole cara a Dante, a Walter Binni, a Aldo Capitini, non si storca la bocca come accadde di fronte alle scale mobili, al Minimetrò, al Broletto. Masi sappia anche completare le gradi opere in tempi rapidi, come mi auguro potrà accadere per Monteluce o per il reclusorio di Piazza Partigiani che non può più star lì come un monumento al dolore e alla vergogna carceraria. Giovenale avrà condensato ammodo il pensiero dei due illuminati luminari? Se non fosse riuscito, "credete che non s'è fatto apposta".

Antonio Carlo Ponti

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